Mentre Trump allenta la presa sul greggio russo, dentro il governo italiano scatta lo scontro tra Salvini e Tajani. Il primo spinge per seguire Washington e rivedere le sanzioni europee al petrolio di Mosca. Il secondo risponde che va mantenuta la linea dura. Due vicepremier, due linee opposte sullo stesso tavolo.
La tesi di Salvini: paghiamo solo noi
Salvini parla da quattro anni di sanzioni che non mordono dove dovrebbero. La sua lettura è questa: gli Stati Uniti vendono il loro gas liquefatto a prezzi altissimi, la Russia piazza il greggio su canali paralleli, la Cina compra petrolio iraniano senza problemi. Chi ci rimette è l'Europa, che ha smesso di comprare energia russa a buon mercato e ora paga il conto in bolletta e competitività industriale.
La mossa di Trump — alleggerire alcune restrizioni sul petrolio russo per facilitare un accordo sull'Ucraina — secondo il leader leghista dimostra che il pragmatismo funziona meglio della rigidità ideologica. La proposta è valutare se anche l'Italia e l'Ue possano permettersi un cambio di rotta simile.
La risposta di Tajani: nessun passo indietro
Dall'altra parte del governo, Antonio Tajani chiude netto. Le sanzioni vanno mantenute, punto. L'Italia è stata tra i promotori della linea dura per spingere Mosca al cessate il fuoco, e mollare adesso significherebbe togliere l'unica leva rimasta sul tavolo negoziale. Forza Italia si tiene sulla linea atlantista classica: pressione fino a quando Putin non fa marcia indietro.
Il problema non è tecnico, è politico. Perché se due vicepremier dello stesso esecutivo dicono pubblicamente l'opposto su un tema che tocca energia, inflazione e rapporti con Bruxelles, il messaggio all'esterno è di confusione. E sui mercati la confusione si paga sempre, soprattutto quando riguarda forniture energetiche e costi industriali.
Il nodo energetico resta aperto
Al di là dello scontro politico, resta il dato strutturale: l'Europa ha tagliato l'import di gas russo da 155 miliardi di metri cubi nel 2021 a meno di 50 nel 2023, sostituendolo con GNL americano e forniture alternative più care. Il differenziale di costo energetico rispetto agli USA è ormai un handicap permanente per l'industria europea.
La domanda vera non è se Salvini abbia ragione o torto nel citare Trump. È se l'Italia e l'Europa possano continuare a sostenere una politica energetica che comprime margini industriali mentre Cina e India comprano petrolio russo con sconto e rivendono prodotti finiti sul mercato globale. Risposta politica a parte, il conto in competitività continua a salire.
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