Le rinnovabili italiane stanno rallentando. Non per mancanza di tecnologia o capitali. Non perché la domanda sia calata. Il blocco arriva dalle regole. Andrea Cristini, confermato alla guida di Anie Rinnovabili per il biennio 2026-2028, lo dice senza giri di parole: l'incertezza normativa è il primo ostacolo alla crescita del settore.

Il 2025 ha registrato un calo dell'8,2% nelle nuove installazioni. Un dato che stride con il quadro europeo, dove fotovoltaico ed eolico hanno aggiunto 489 GW di capacità tra il 2010 e il 2023. La crescita c'è stata, ma altrove. In Italia la filiera esiste, composta da migliaia di aziende, ma si muove a scatti.

Il capitale c'è, manca la chiarezza

Cristini ha sviluppato oltre 10 gigawatt di progetti rinnovabili in vent'anni di attività. Sa bene che il problema non è trovare soldi o tecnologia, bensì sapere se un impianto autorizzato oggi potrà essere connesso alla rete domani o se cambieranno le regole a metà percorso.

Le autorizzazioni arrivano lentamente. Le procedure si sovrappongono tra i diversi livelli di governo. I tempi si allungano, i costi salgono, i progetti vengono accantonati. Non per scelta strategica, ma per impossibilità pratica di completare l'iter burocratico.

La transizione che rallenta costa

Ogni ritardo nella sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili ha un costo per il sistema. Non solo in termini ambientali, ma anche economici. L'Italia continua a importare energia, a dipendere da forniture esterne e a pagare prezzi volatili legati a mercati che non controlla.

La filiera delle rinnovabili potrebbe assorbire investimenti, creare occupazione qualificata e ridurre la dipendenza energetica. Ma serve un quadro normativo stabile. Senza di esso, gli operatori restano in attesa e il gap con il resto d'Europa si allarga.

Contenuto a scopo informativo e divulgativo. Non costituisce consulenza finanziaria.