Lo studio commissionato dall'Autorità portuale del mare di Sicilia occidentale ha quantificato l'impatto del sistema europeo di scambio di quote di emissioni sul trasporto marittimo: oltre 32 milioni di euro annui per le sole rotte Genova-Palermo e Napoli-Palermo. Un costo che ricade su compagnie, utenti e competitività territoriale.
Quanto pesa davvero l'ETS su una nave
Il dato più interessante dello studio non è il costo totale, ma il confronto con gli investimenti in flotta. Gli oneri ETS annuali assorbono fino all'11% del valore di una nave moderna a basse emissioni. In pratica: ogni dieci anni, una compagnia che opera queste tratte spende in quote di CO₂ l'equivalente di un'intera unità nuova. Questo crea un paradosso: chi investe in flotte più pulite riduce le emissioni ma non elimina il costo, perché l'ETS si paga comunque. L'incentivo a modernizzare esiste, ma il ritorno economico resta incerto.
Sicilia più isolata anche via mare
L'ETS marittimo è entrato in vigore nel 2024 coprendo il 40% delle emissioni, salirà al 70% nel 2025 e al 100% dal 2026. Per la Sicilia occidentale significa costi crescenti su collegamenti già poco remunerativi. Le rotte con la penisola non reggono il confronto con il trasporto su gomma via Messina in termini di tempo, e ora nemmeno di costo. Se le compagnie scaricano l'onere sui biglietti, il traffico passeggeri cala. Se lo assorbono, i margini si comprimono fino a rendere alcune tratte insostenibili.
L'EU ETS vale oggi 85 miliardi di dollari a livello globale, dieci volte il secondo mercato della CO₂. Il sistema funziona per industria ed energia, settori stanziali. Sul marittimo, dove le rotte competono con alternative non sottoposte allo stesso regime, il meccanismo rischia di spostare i flussi invece di ridurre le emissioni. Per la Sicilia occidentale, 32 milioni l'anno non sono un costo ambientale, ma un costo di insularità.
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