I titoli di Stato stanno vivendo una delle peggiori settimane dell'anno. I rendimenti sono saliti a livelli che non si vedevano dal 2003, spinti dal petrolio oltre i 92 dollari e dalle dichiarazioni di Warsh, che hanno rimesso in gioco l'ipotesi di un rialzo dei tassi a settembre. Il risultato è una vendita simultanea su più fronti: bond, azioni, materie prime.

Milano sotto i 52.000 punti

Il Ftse Mib ha chiuso a -1,3%, peggiore tra i listini europei, scivolando sotto quota 52.000. Poste Italiane ha perso il 3,78%, Prysmian il 2,58%, Tenaris oltre il 2%. Generali e Nexi hanno chiuso in rosso rispettivamente dell'1,01% e del 3,02%. Non ci sono state distinzioni settoriali: il calo ha colpito indistintamente finanziari, industriali e utility.

La dinamica è evidente. Quando i rendimenti dei governativi salgono con questa velocità, aumenta il costo opportunità delle azioni. Gli investitori istituzionali ribilanciano i portafogli, scaricano equity, comprano liquidità o riducono semplicemente l'esposizione. Non servono catalizzatori specifici su singoli titoli.

Petrolio e aspettative sui tassi

Il greggio sopra i 92 dollari alimenta lo scenario peggiore per le banche centrali: inflazione che non scende abbastanza, crescita che rallenta, margini di manovra che si restringono. Le parole di Warsh hanno fatto il resto. Il mercato aveva quasi rimosso l'ipotesi di una stretta a settembre. Ora quella probabilità è tornata concreta.

I bond governativi ai livelli di vent'anni fa non sono solo un dato storico. Sono un problema operativo per chi detiene posizioni lunghe su duration, per i fondi pensione che devono marcare a mercato le perdite, per le banche che vedono aumentare il costo della raccolta. E quando il mercato obbligazionario si muove così, l'azionario segue. Non sempre subito, ma segue.

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