Il turismo italiano genera ricavi consistenti. Alberghi pieni, prenotazioni in crescita, flussi turistici tornati ai livelli pre-pandemia. Eppure sotto la superficie persiste un problema: il tasso di rischiosità delle piccole e medie imprese del settore si attesta al 4,5%, secondo i dati Crif. In leggero calo rispetto ai mesi scorsi, ma ancora ben oltre la media nazionale del 3,3%.

Più domanda non significa meno fragilità

Chi guarda solo i numeri del fatturato potrebbe pensare che il settore sia in salute. La rischiosità elevata racconta però un'altra storia. Significa che una parte consistente delle PMI turistiche continua a operare con margini risicati, indebitamento alto e flussi di cassa poco prevedibili. Il turismo vive di stagionalità, di investimenti pesanti in strutture e personale, di costi fissi che pesano anche quando le camere sono vuote. E questo si riflette nei bilanci.

Il problema non è nuovo. Molte di queste imprese sono uscite dalla pandemia con debiti accumulati e moratorie scadute, e hanno dovuto affrontare l'impennata dei costi energetici e del personale negli ultimi due anni. La domanda c'è, ma i margini operativi spesso non bastano a coprire le uscite.

Rischio operativo, non solo congiunturale

Il dato del 4,5% va letto come rischio strutturale, non solo come conseguenza di una fase economica difficile. Le PMI turistiche italiane sono spesso a conduzione familiare, sottocapitalizzate, con scarso accesso al credito bancario e poca capacità di realizzare economie di scala. Quando arriva una stagione debole o una spesa imprevista, la tenuta finanziaria entra in crisi.

La lieve riduzione rispetto ai mesi precedenti è un segnale positivo, anche se marginale. Finché il tasso di default resta oltre un punto e mezzo sopra la media nazionale, il settore rimane esposto. Con i tassi di interesse ancora alti, chi ha debiti da rifinanziare non ha vita facile.

Contenuto a scopo informativo e divulgativo. Non costituisce consulenza finanziaria.