La tregua in Iran — fragile, provvisoria, da maneggiare con cura — ha fermato il rimbalzo delle borse europee. Milano ha chiuso comunque a +0,5%, sopra i 47.000 punti, ma la seduta è stata ben diversa dall'euforia di mercoledì. Il petrolio ha ceduto terreno dopo giorni di tensione: il mercato ha scontato subito l'ipotesi che lo stretto di Hormuz resti aperto ancora un po'. Ma nessuno si fida davvero.
Petrolio: il mercato si comporta come se la storia fosse finita
Brent e WTI hanno recuperato qualche punto percentuale nelle ultime sedute, ma restano lontani dai picchi registrati nei giorni peggiori. Il fatto che si parli di colloqui di pace ha tolto pressione immediata, ma la volatilità resta altissima. Chi opera su questi mercati sa che basta un comunicato fuori orario per ribaltare tutto in un quarto d'ora. La tregua vale finché vale — per ora il mercato si è mosso di conseguenza, senza esagerare in alcun senso.
Milano: oil e difesa tengono la piazza
Sul listino milanese hanno fatto prezzo i titoli legati al petrolio e alla difesa. Saipem ed Eni hanno recuperato terreno, Leonardo è salita anche per le voci su un possibile cambio al vertice con l'arrivo di Mariani come amministratore delegato. Niente di confermato, ma il titolo ha reagito. Il resto del listino si è mosso poco, in attesa di capire se questa tregua regge o se tra due settimane si torna al punto di partenza. L'indice Ftse Mib ha tenuto quota 47.000, ma senza convinzione: gli scambi sono stati sotto media, segno che molti stanno alla finestra.
Gli Stati Uniti rallentano, l'Europa aspetta
Dagli USA è arrivato un dato di crescita debole: il PIL del quarto trimestre 2025 è salito solo dello 0,5%. Troppo poco per sostenere un rally, abbastanza per tenere viva l'idea che la Fed possa rallentare sui tassi nei prossimi mesi. Il mercato però non ha reagito con entusiasmo — segno che al momento la geopolitica pesa più della macroeconomia. Finché resta aperta la partita iraniana, i fondamentali passano in secondo piano. E chi opera con posizioni strutturate sa che questa è la fase più difficile: quella in cui i dati dicono una cosa e il sentiment ne dice un'altra.
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