Il ministro Pichetto ha fissato l'obiettivo: nucleare al 10-15% del mix energetico italiano entro il 2040. Non si tratta di sostituire gas o rinnovabili, ma di affiancare una fonte stabile che riduca la dipendenza dall'estero e contenga la volatilità dei prezzi.
L'annuncio arriva mentre l'Europa accelera sul nucleare di nuova generazione e l'Italia prova a chiudere quarant'anni di blocco politico. Dopo i referendum del 1987 e del 2011, il tema torna con una premessa diversa: non grandi centrali tradizionali, ma Small Modular Reactor, impianti più piccoli e standardizzati che riducono tempi e costi di costruzione.
Quanto pesa oggi l'import
L'Italia copre il 74% del fabbisogno elettrico con fonti interne, ma resta esposta alle oscillazioni del gas e ai prezzi dell'energia importata. Il nucleare dovrebbe servire a stabilizzare il costo base dell'elettricità e ridurre la quota di energia acquistata dall'estero.
Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima prevede una capacità installata tra 8 e 16 GW entro il 2050, corrispondente a 20-40 reattori modulari secondo la taglia scelta. Il primo traguardo è il 2040, con l'obiettivo intermedio del 10-15%.
La questione è industriale
Gli SMR non sono ancora commerciali su larga scala. I prototipi esistono e i progetti procedono in Canada, Regno Unito e Stati Uniti, ma i costi reali emergeranno solo con i primi impianti operativi. L'Italia parte da zero: niente siti disponibili, nessuna filiera nucleare attiva, competenze non consolidate nell'Autorità di sicurezza.
I tempi sono stretti se l'obiettivo è il 2040. Servono autorizzazioni, investimenti privati con garanzie pubbliche e un consenso sociale finora assente. Sul piano operativo, il nucleare può fungere da complemento al solare e all'eolico — fonti intermittenti che richiedono un backup stabile. La vera domanda è se sedici anni bastino per costruire questa capacità partendo da fermo.
Contenuto a scopo informativo e divulgativo. Non costituisce consulenza finanziaria.