Le compagnie aeree hanno recuperato terreno in borsa dopo i primi segnali di dialogo tra Washington e Teheran. Il mercato sconta un ritorno alla normalità nello Stretto di Hormuz, ma per il carburante per aviazione la questione resta aperta.
Il jet fuel non si sostituisce in una settimana
Gli analisti concordano: nel breve periodo i flussi dagli Stati Uniti e dal Nord Africa hanno evitato una stretta immediata sulle forniture europee. Tuttavia, il jet fuel non è greggio generico. È un prodotto raffinato con specifiche precise e sostituire i volumi mediorientali — che prima della chiusura coprivano oltre il 30% della domanda europea — non è un'operazione risolvibile con qualche nave in più dall'altra sponda dell'Atlantico.
Il Regno Unito ha aperto ai flussi russi, la Germania sta valutando forniture da Israele. Sono soluzioni tampone che segnalano quanto sia ridotto il margine di manovra. Se Hormuz resta chiuso oltre giugno, il sistema logistico europeo inizia a scricchiolare, e con esso i margini delle compagnie aeree, che già operano con costi di carburante ai massimi degli ultimi tre anni.
Dai picchi di marzo alla scommessa sul dialogo
A inizio marzo i future sul jet fuel avevano toccato 120 dollari al barile, con uno spread di 25 dollari sul Brent. Ora siamo intorno ai 95 dollari, con uno spread ridotto a 12. Il mercato ha preso atto delle dichiarazioni diplomatiche e ha iniziato a scaricare la tensione. Però la struttura dei contratti future rimane in backwardation marcato: chi compra consegne a tre mesi paga ancora 8 dollari in più rispetto al prompt. Il mercato fisico continua a scontare un premio sul rischio logistico.
Le compagnie aeree festeggiano in borsa, ma nei bilanci il peso del carburante resta critico. Tra gennaio e aprile la voce jet fuel è aumentata del 18% rispetto allo stesso periodo del 2025. Se Hormuz si riapre entro luglio, l'impatto rimane gestibile. Diversamente, si apre il capitolo delle scorte strategiche — e a quel punto il problema diventa politico, non più solo di mercato.
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