Claudio Descalzi ha parlato chiaro: lo stretto di Hormuz è chiuso, ma i prezzi del greggio non riflettono ancora la portata del problema. Il motivo? Gli stati Ocse hanno scaricato sul mercato circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, un cuscinetto enorme che per ora sostiene le quotazioni.
Il Brent galleggia intorno ai 75 dollari, livelli che fino a due settimane fa sembravano normali. Ma qui non c'è nulla di normale: il canale che muove un terzo del petrolio mondiale via mare è bloccato. Eppure il mercato si comporta come se fosse un contrattempo temporaneo.
Le riserve non durano per sempre
Il punto è che 400 milioni di barili non sono infiniti. A ritmi di consumo globale — circa 100 milioni di barili al giorno — stiamo parlando di quattro giorni di fabbisogno mondiale. Quelle riserve non sostituiscono tutto il flusso, ma danno ossigeno. Il problema arriva quando finiscono.
L'amministratore delegato di Eni lo ha detto senza giri di parole: il prezzo non ha ancora certificato la dimensione del problema. Tradotto: quando le scorte strategiche si assottigliano e il canale resta chiuso, i numeri cambiano. E cambiano in fretta.
Gas russo fermo da gennaio, ora anche il Golfo
Descalzi ha aggiunto un altro dato: da gennaio l'Italia non riceve più gas dalla Russia. Adesso si aggiunge il blocco di Hormuz, che taglia anche i flussi dal Golfo Persico. Non è solo questione di petrolio: è l'intera catena energetica che si riorganizza sotto pressione.
Il rischio vero non è il prezzo di oggi, ma cosa succederà se tra tre settimane Hormuz sarà ancora chiuso e le riserve Ocse ai minimi. A quel punto il mercato smette di scommettere sulla riapertura rapida e inizia a scontare uno scenario diverso. Molto diverso.
Sul piano concreto: chi ha posizioni lunghe su energia sta reggendo, chi aspettava di entrare ha perso il timing e chi sperava in una de-escalation veloce sa ora che il tempo gioca contro.
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