I dazi al 25% sui veicoli europei restano sulla carta. Adolfo Urso, ministro delle Imprese, continua a definirla una minaccia non ancora formalizzata. Washington la vede diversamente: per Jamieson Greer, rappresentante USA al commercio, i dazi arriveranno «relativamente presto» se l'Unione non ratifica in tempi rapidi l'accordo commerciale rimasto nel cassetto.

La posizione italiana: attendere senza alimentare tensioni

Il governo italiano frena sulla reazione immediata. Urso sostiene esplicitamente che reagire ora rischierebbe di alzare il livello di scontro con gli Stati Uniti. La posizione è chiara: finché i dazi restano una minaccia, è meglio non muoversi. Il problema è che da Washington nessuno parla più di ipotesi, ma di timing.

La filiera più esposta è quella tedesca. BMW, Mercedes e Volkswagen producono in Europa per il mercato americano, e un dazio al 25% renderebbe quel business molto meno profittevole. Le conseguenze, però, toccano anche l'Italia: i costruttori tedeschi si avvalgono di fornitori italiani, e il segmento del lusso — Ferrari, Maserati, Lamborghini — vedrebbe i suoi prodotti venduti negli USA con un sovrapprezzo importante. Non si tratta di volumi enormi, ma di margini significativi.

L'accordo commerciale che non si chiude

Il nodo è un accordo mai ratificato dall'Unione. Gli Stati Uniti sostengono che Bruxelles non abbia dato seguito agli impegni presi. L'Ue replica che l'accordo non è mai stato formalizzato nei termini richiesti da Washington. È una questione di interpretazione, ma nel frattempo Greer ha già confermato che l'amministrazione procede verso i dazi.

Sul piano operativo, se i dazi partono, chi produce veicoli in Europa per esportarli negli USA dovrà scegliere se assorbire il costo, alzare i prezzi o spostare la produzione. Nessuna delle tre opzioni è priva di conseguenze. L'Italia, con una filiera automotive che lavora per i grandi gruppi tedeschi, rischia di trovarsi nella posizione peggiore: subire l'impatto senza poter decidere.

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