Il cherosene costa quasi il doppio rispetto a prima dell'escalation in Medio Oriente. Le compagnie aeree stanno reagendo con tre mosse: hedging massiccio, riduzione dei voli e aumenti di prezzo scaricati sui passeggeri.
Chi ha coperto il rischio resiste meglio
La prima discriminante è quanta parte del carburante è stata bloccata a prezzi precedenti. Ryanair, coperta all'80% o più, può permettersi di attendere prima di ritoccare le tariffe. Chi invece è esposto al mercato spot subisce l'impatto pieno e lo trasferisce immediatamente sui biglietti. Air China, Spring Airlines, China Southern e Xiamen Air hanno già applicato rincari tra 8 e 15 euro per biglietto. Cathay Pacific è andata oltre: +34% sulle tariffe. Non è una scelta commerciale, ma aritmetica: o aumenti i prezzi o chiudi le rotte in perdita.
Meno voli, scali razionati, scelte più difficili
La seconda leva è la capacità operativa. Quattro scali italiani hanno già attivato restrizioni sul rifornimento. Lufthansa nel frattempo ha aggiunto 40 voli verso l'Asia, ma è un'eccezione. La maggior parte delle compagnie fa il contrario: taglia le rotte meno redditizie e concentra i voli dove la domanda sostiene prezzi più alti. Il risultato è un'offerta ridotta e minore flessibilità per chi prenota.
Carsten Spohr, CEO di Lufthansa, lo ha detto chiaramente a Bruxelles: prenotate in anticipo. Tradotto: se aspettate, pagherete di più e forse non troverete nemmeno il volo cercato. Scope Ratings è ancora più diretto: se il conflitto si protrae, non tutte le compagnie usciranno indenni. Chi ha margini sottili e scarsa copertura sul carburante è già sotto pressione. Gli allarmi da Ryanair a Lufthansa non sono scaramanzia, ma riflettono numeri concreti.
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