Federchimica prevede un calo della produzione del 3% per il 2026, che si aggiunge al -13% già registrato tra il 2021 e il 2025. Cinque anni di contrazione quasi ininterrotta per un settore che in Italia vale ancora miliardi di fatturato e decine di migliaia di posti di lavoro.
Il presidente Paolo Buzzella non usa giri di parole: le reazioni europee sono deboli e così si rinuncia alla sovranità industriale. Il punto vero è che la chimica europea — e italiana in particolare — subisce una doppia pressione: costi energetici strutturalmente più alti della concorrenza asiatica e un'ondata di prodotto cinese a prezzi impossibili da reggere.
La Cina compra greggio scontato e produce a costi inferiori
Pechino ha ridotto la dipendenza dallo Stretto di Hormuz diversificando le forniture, ma continua a importare enormi quantità di petrolio — gran parte a prezzo scontato da Russia e Iran. Questo vantaggio si traduce in chimica di base venduta a margini che per un produttore europeo sono spesso sotto il costo di produzione.
Lo stesso Buzzella sottolinea che il settore più sussidiato in assoluto dallo Stato cinese non è l'intelligenza artificiale o i data center, bensì la chimica. Un sostegno pubblico massiccio consente di vendere sottocosto per anni, erodendo quote di mercato altrove.
Hormuz pesa sui costi, ma non basta a riequilibrare
Le tensioni sullo Stretto di Hormuz — da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale — mantengono alta la volatilità sui prezzi dell'energia. Per l'industria chimica italiana questo significa costi variabili difficili da gestire, soprattutto quando si compete con chi ha accesso a forniture stabili e scontate.
Il risultato è che nel 2026 il settore continuerà a perdere capacità produttiva, non per mancanza di competenze o tecnologia, ma per una struttura di costo che rende non competitiva gran parte della produzione europea rispetto all'Asia.
Sul piano operativo: per chi investe in azioni del settore chimico europeo, il rischio è che il trend negativo di margini e volumi non si inverta prima di una vera revisione della politica energetica e industriale continentale. Al momento, tale revisione non si intravede.
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