Il settore cartario italiano è di nuovo sotto pressione. Un'azienda su cinque sta valutando la chiusura. Non è un grido d'allarme preventivo: è il risultato di margini compressi al punto di non reggere più il costo dell'energia.

La carta è uno dei settori più energivori dell'industria. Quando il gas sale, l'impatto è immediato. Tra il 2022 e il 2023 era già accaduto: la guerra in Ucraina aveva fatto esplodere i prezzi e diverse cartiere avevano ridotto la produzione o fermato gli impianti. Ora la dinamica si ripete.

I numeri del problema

A gennaio 2025 la bolletta elettrica per le aziende del settore è aumentata del 24% rispetto a gennaio 2024 e del 56,5% rispetto a due anni prima. Non sono oscillazioni fisiologiche, ma aumenti che erodono tutto il margine operativo, soprattutto in un'industria che lavora su volumi elevati e prezzi di vendita già compressi dalla concorrenza estera.

Il 20% delle imprese che considera la chiusura non lo fa per strategia o riposizionamento, ma perché produrre costa più di quanto si incassa. Chi produce carta — packaging, tissue, cartone ondulato — ha pochi margini di flessibilità: gli impianti o girano a pieno regime o conviene spegnerli.

Cosa cambia per l'industria italiana

Se una cartiera chiude, non riapre facilmente. Gli impianti sono complessi, i costi fissi altissimi e il mercato europeo non è in crescita. La Cina produce a costi inferiori, anche considerando il trasporto. L'Italia importa già una parte significativa del proprio fabbisogno: se chiudono altri stabilimenti, quella quota aumenta ulteriormente.

Per chi segue i mercati, il tema non è nuovo. L'energia è una voce strutturale nei bilanci industriali italiani. Ogni volta che il TTF europeo accelera, i settori energivori subiscono una compressione dei margini che si traduce in risultati sotto le attese. Il cartario è solo uno dei più esposti.

Serve un intervento sul costo energetico — crediti d'imposta, compensazioni dirette, contratti di lungo termine a prezzo calmierato — oppure il 20% che oggi valuta la chiusura diventa il 30% tra sei mesi. Non è catastrofismo: è aritmetica industriale.

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