Le piazze asiatiche hanno chiuso in territorio negativo, con gli investitori che continuano a scontare uno scenario di escalation tra Stati Uniti e Iran. Il Brent ha sfondato quota 115 dollari al barile nelle ore più tese, toccando livelli non visti dal 2022. Il WTI ha superato i 110 dollari, trascinato dall'ipotesi — circolata giovedì — che l'esercito USA avrebbe presentato a Trump opzioni operative contro Teheran.

Dollaro forte, valute asiatiche sotto pressione

La fuga verso il dollaro ha colpito tutte le principali valute della regione. Lo yen ha ceduto terreno in modo evidente, lo yuan cinese ha perso quota e il dollaro australiano è sceso. Il won sudcoreano e il dollaro di Singapore hanno registrato cali marginali. La rupia indiana resta tra le più esposte: ogni rialzo del greggio si scarica direttamente sul deficit commerciale di Nuova Delhi, che dipende dalle importazioni per oltre l'80% del proprio fabbisogno energetico.

Il mercato aspetta i dati di febbraio, ma guarda altrove

Domani arrivano i dati sull'inflazione dell'eurozona di febbraio, che dovrebbero registrare il primo impatto dello shock energetico legato alle tensioni nel Golfo. Ma il dato ha perso rilevanza operativa: oggi i trader guardano solo alle mappe di guerra e alla possibilità che lo stretto di Hormuz venga chiuso, tagliando un quinto delle forniture mondiali di greggio.

In pratica: finché resta aperta la possibilità di un conflitto diretto, il petrolio sarà acquistato. Ogni tentativo di vendere sui 115 dollari è durato poche ore. E quando i flussi si muovono così, i tassi di interesse contano meno della geografia.

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