Oliver Blume, CEO di Volkswagen, sta valutando una riduzione dell'organico globale fino a 100.000 unità nei prossimi anni. Lo riporta Manager Magazin citando fonti interne al gruppo. Non si tratta di una razionalizzazione marginale: parliamo di oltre il 15% della forza lavoro complessiva del gruppo, distribuita su scala mondiale.
Ristrutturazione profonda, non solo efficienza
Il piano in discussione prevede la chiusura di quattro stabilimenti in Germania e una riduzione degli investimenti di circa il 15% nei prossimi cinque anni, portando il totale a poco più di 130 miliardi di euro. Secondo le indiscrezioni, Blume e il CFO Arno Antlitz starebbero lavorando a una ristrutturazione che separerebbe il marchio VW core e le fabbriche di componentistica in entità distinte. L'obiettivo dichiarato è rendere Volkswagen il gruppo automobilistico più attraente al mondo entro il 2030.
Nella pratica, significa smontare e rimontare l'architettura operativa di un colosso che fattura oltre 300 miliardi l'anno. Il mercato sa che i costruttori europei sono sotto pressione da anni: margini erosi dalla transizione elettrica, concorrenza cinese sui BEV a basso costo e domanda europea debole. Ma passare dalle dichiarazioni di intenti a tagli strutturali di questa portata cambia il perimetro della discussione.
Il contesto: costi fissi troppo alti per la domanda attuale
VW non è sola. Stellantis ha già annunciato chiusure e riduzioni in Italia, mentre Ford e GM hanno tagliato migliaia di posizioni in Nord America negli ultimi due anni. La differenza è che Volkswagen ha sempre rappresentato un modello di stabilità occupazionale in Germania, anche grazie alla presenza dei sindacati nei board aziendali. Se Blume riesce a portare avanti un piano di questo tipo, significa che la situazione interna è considerata insostenibile.
L'industria automobilistica europea affronta una fase di sovracapacità produttiva mentre la domanda di veicoli termici cala e quella di elettrici cresce più lentamente del previsto. Ridurre i costi fissi non è più un'opzione, bensì una necessità per difendere i margini operativi. La vera domanda è quanto velocemente riusciranno a eseguire questi piani senza blocchi politici o sindacali che ne rallentino l'implementazione.
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