Il Pnrr finisce nel 2026. Dopo, il governo non avrà più quei 194 miliardi da distribuire. La domanda è: chi investe nei prossimi vent'anni?

Secondo i numeri presentati dalle principali utility italiane, il settore può mettere sul piatto 33 miliardi di euro l'anno. Significa 825 miliardi cumulati fino al 2050. Non è un piano astratto: è la somma dei piani industriali già presentati o in corso di definizione da A2A, Enel, Terna, Snam e dalle altre grandi infrastrutture energetiche.

Dove vanno i soldi

La quota maggiore andrà su reti elettriche e gas, rinnovabili, accumuli e infrastrutture per l'idrogeno. Niente di rivoluzionario: è l'unico percorso possibile se l'obiettivo è ridurre la dipendenza dall'estero. Oggi l'Italia importa il 74% dell'energia che consuma. Con gli investimenti previsti, secondo le stime del settore, l'autonomia energetica può salire fino all'81% entro il 2050.

Il punto chiave non è solo la decarbonizzazione, ma la stabilità dei prezzi. Meno dipendi da fornitori esterni, meno sei esposto a shock come quello del 2022, quando il gas è schizzato da 20 a 300 euro al megawattora in pochi mesi.

Chi paga e chi guadagna

Gli investimenti sono privati, ma lo Stato definisce il quadro regolatorio. Le utility guadagnano sui rendimenti garantiti delle reti regolate. Il meccanismo è semplice: investi in infrastruttura e ricevi un ritorno fisso sul capitale investito. Il modello è consolidato da anni e cambia solo nella scala.

Sul mercato questo si traduce in maggiore visibilità sui profitti futuri per i player quotati. Non a caso, nei piani industriali recenti le guidance sui margini operativi sono state alzate. Enel, Terna e Snam hanno tutte confermato o rivisto al rialzo i target di crescita degli investimenti. Per chi detiene questi titoli, significa flussi di cassa prevedibili e dividendi sostenibili.

L'alternativa è tornare a dipendere da gas algerino, russo o qatariota e sperare che i prezzi restino bassi.

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