Le aziende manifatturiere italiane guardano le bollette dei prossimi mesi con un'apprensione che non si vedeva da due anni. La stima che circola è pesante: 18 miliardi di euro di costi aggiuntivi per il sistema produttivo, concentrati soprattutto nei settori ad alta intensità di gas.
Il punto di partenza è il gas naturale, che nelle ultime settimane ha ritoccato i massimi da marzo 2023. Le tensioni in Medio Oriente hanno dato la spinta iniziale, ma il problema non si è risolto con il passare dei giorni. Anzi. Il prezzo spot sul TTF olandese incorpora ormai un premio di rischio che prima non c'era, e gli operatori continuano a comprare capacità di stoccaggio per non farsi trovare scoperti in inverno.
Chi paga di più
I settori più esposti sono quelli che consumano davvero gas: ceramica, vetro, chimica di base, carta. Per loro il costo energetico pesa tra il 20% e il 40% del totale dei costi di produzione. Un rialzo del 30% sul gas — scenario non impossibile se la tensione geopolitica si mantiene — significa margini operativi azzerati o addirittura negativi.
Le imprese gas-intensive chiedono contratti di fornitura a lungo termine con prezzi agganciati a quelli del GNL sui mercati internazionali, dove il differenziale rispetto all'Europa resta ampio. Ma i fornitori non hanno fretta di bloccare prezzi bassi quando il mercato spot tira verso l'alto.
Il tema vero è la competitività
Il rischio non è solo il costo immediato, ma che un'ondata di rincari prolungata spinga ulteriormente fuori mercato settori già sotto pressione. La chimica italiana, per esempio, produce oggi un terzo in meno rispetto al 2019. Il vetro ha chiuso forni. La ceramica tiene, ma solo perché ha delocalizzato pezzi di filiera.
Diciotto miliardi non sono una cifra da sottovalutare. Se confermati, rappresenterebbero circa l'1% del PIL manifatturiero italiano e arriverebbero in una fase in cui la domanda europea è debole, il credito costa di più e il margine per scaricare i costi a valle si è ristretto.
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