I produttori italiani di trasformatori elettrici guardano al mercato americano con un misto di sollievo e frustrazione. I trasformatori non sono colpiti dai nuovi dazi USA — finora — ma l'acciaio elettrico a grani orientati, materia prima essenziale per la loro costruzione, sì. E il conto arriva comunque.
Il paradosso della catena produttiva
Il mercato americano dei trasformatori industriali vale 16,6 miliardi di dollari nel 2024, con una crescita attesa del 7,7% nei prossimi dieci anni. La domanda è in espansione, le infrastrutture richiedono rinnovamento e la transizione energetica necessita di maggiore capacità di rete. Dovrebbe essere il momento giusto per chi produce in Europa e vuole esportare.
Invece il dazio del 25% sull'acciaio — raddoppiato al 50% da Trump pochi giorni fa — colpisce proprio l'acciaio elettrico, componente critico per i trasformatori di potenza. Chi esporta trasformatori finiti non paga dazio, ma ha già incorporato nei costi materie prime tartassate. Chi produce negli USA compra acciaio locale più caro o importato con sovrapprezzo. In entrambi i casi, i margini si comprimono.
Cosa succede ora
L'amministrazione americana ha escluso dai dazi Section 232 alcuni prodotti a basso contenuto metallico, ma l'acciaio elettrico non rientra tra le esenzioni. Restano fuori materiali minori, non certo quelli strategici per il settore elettrico.
Questo sistema di protezione frammentato — sui materiali sì, sui prodotti finiti no — crea distorsioni competitive. I produttori cinesi, per ora bloccati dalla dogana, aspettano. Se il costo dell'acciaio rende non competitivi gli europei e gli americani alzano troppo i prezzi per coprire i dazi sulle materie prime, lo spazio di mercato si apre.
La domanda c'è e tiene. Ma chi produce in Europa deve decidere se assorbire i costi o trasferirli al cliente finale. In un settore dove i contratti si aggiudicano con gare pubbliche a margini già stretti, non è una decisione facile.
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