L'assemblea straordinaria di Poste Italiane ha approvato la delega al consiglio di amministrazione per aumentare il capitale fino a 371.986.879 nuove azioni. È il passaggio formale che sblocca l'offerta pubblica su Telecom Italia, operazione da 10,8 miliardi di euro che punta al delisting completo dell'ex monopolista.

I termini dell'offerta

Ogni azione Tim sarà scambiata con 0,167 euro in contanti più 0,0218 azioni ordinarie Poste. Il corrispettivo totale per titolo risulta quindi pari a 0,635 euro, con un premio del 9% circa sulla chiusura del 20 marzo. Non è un multiplo generoso, ma riflette il dato di partenza: Tim vale poco da anni e la questione non è il prezzo, ma chi riuscirà a estrarre valore da quella rete.

Il mix cash e azioni serve a contenere l'esborso monetario di Poste e a trasformare parte degli azionisti Tim in soci della controllante pubblica. Tecnicamente ha senso: Poste mantiene liquidità per altre operazioni e dilluisce meno rispetto a un'offerta interamente in contanti. Per chi oggi detiene Tim, la scelta è invece tra incassare subito una cifra modesta o legarsi al destino di Poste nei prossimi anni.

Tempistiche operative

Il calendario prevede l'assemblea straordinaria del 18 giugno per ratificare l'aumento di capitale, seguita dall'iter autorizzativo con Banca d'Italia e Consob. L'offerta dovrebbe partire ad agosto e chiudersi entro fine settembre. Se tutto procede regolarmente, Tim esce da Piazza Affari prima dell'autunno.

La vera partita però non è amministrativa, ma industriale. Poste compra una rete infrastrutturale ancora strategica, ma appesantita da debiti e da una storia di disinvestimenti e rilanci mai completati. Il valore sta nella capacità di integrare le competenze logistiche e digitali di Poste con l'infrastruttura di rete fissa. Se il piano funziona, l'operazione regge. Se la rete diventa solo un costo da gestire, nemmeno lo sconto sul prezzo d'ingresso la salverà.

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