Per quasi un decennio non si sono più rivolti la parola. Dopo una battaglia societaria che ha segnato il capitalismo europeo nei media, Mfe e Vivendi hanno smesso di comunicare. Ora qualcosa sta cambiando. Non è un abbraccio, ma nemmeno il silenzio di prima.

Vivendi è ancora dentro, ma bloccata

I francesi non hanno mai liquidato la loro quota in Mfe: l'hanno tenuta, hanno incassato dividendi, si sono comportati da azionisti passivi. Quella partecipazione, però, rimane un'immobilizzazione: né carne né pesce. Troppo grande per ignorarla, troppo ingombrante per gestirla senza dialogo. E la domanda resta sempre la stessa: che cosa farne adesso.

Nel frattempo Mfe ha costruito un gruppo televisivo europeo con posizioni in Spagna, Germania e altri mercati. Vivendi ha ristrutturato i suoi asset, separato alcune attività e cercato di dare un nuovo profilo al conglomerato. Due traiettorie diverse che a un certo punto si sono ritrovate a incrociarsi di nuovo.

Yannick Bolloré vuole riallacciare i rapporti

Il segnale più concreto arriva dalla volontà di Yannick Bolloré di ricostruire un canale con Fininvest. Non è solo una mossa di cortesia. Serve anche a mettere in chiaro che qualsiasi ipotesi di vendita della quota a soggetti ostili diventa più complicata se i rapporti si normalizzano. Una partecipazione rilevante in mano a un ex nemico che torna interlocutore è diversa da quella in mano a chi cerca vendetta o vuole solo monetizzare.

Sul piano finanziario il disgelo non cambia i numeri odierni. Ma cambia lo scenario futuro. Se Vivendi decide di uscire, le condizioni della trattativa dipendono anche dal tipo di rapporto che si è ricreato nel frattempo. Se decide di restare, avrà la scelta tra diventare azionista attivo o continuare a incassare cedole in silenzio.

Dieci anni sono tanti. Abbastanza per dimenticare? Probabilmente no. Ma forse abbastanza per ricominciare a guardare i numeri invece che i rancori.

Contenuto a scopo informativo e divulgativo. Non costituisce consulenza finanziaria.