Il comparto navale e nautico italiano ha chiuso l'anno con un fatturato di 14 miliardi di euro, scavalcando uno dei settori simbolo del made in Italy: l'abbigliamento. Non è una sorpresa improvvisa — chi segue i dati di produzione lo vedeva arrivare da tempo — ma il sorpasso segna un cambio di peso specifico nell'industria manifatturiera del paese.
Il segmento che tira: superyacht oltre 60 metri
La crescita ha un motore preciso: la grande nautica. L'Italia mantiene oltre il 50% del mercato globale dei superyacht, e il dato diventa ancora più significativo guardando agli yacht sopra i 60 metri. Questa fascia rappresenta il 15% delle unità prodotte, ma vale il 57% del fatturato totale del comparto. In pratica: meno barche, margini molto più alti.
Gli ordini globali sono scesi leggermente — da 1.138 a 1.093 unità secondo il Superyacht Global Order Book 2026 di Boat International — ma l'Italia ha mantenuto la quota. I cantieri italiani continuano a lavorare su commesse che valgono decine di milioni ciascuna, commissionate da famiglie ad altissima ricchezza e imprenditori globali, spesso giovani.
La filiera cresce: addetti e unità produttive
Tra il 2012 e il 2021 il settore ha mostrato numeri da industria in espansione. Le unità locali di produzione sono passate da 706 a 798 (+13%), ma il dato più rilevante riguarda gli addetti: nel 2021 sfiorano le 6.340 unità, con un incremento del 48,7%. È un settore che assume, e lo fa su profili specializzati — dal design navale alla carpenteria, dall'elettronica di bordo alla lavorazione di materiali compositi.
Il centro studi del comparto spiega che aggregare nautica e navale in un'unica filiera manifatturiera restituisce la dimensione reale del settore. Quella dimensione oggi è più grande dell'abbigliamento, almeno sul piano della produzione industriale. Non è una questione di visibilità — l'abbigliamento resta icona del made in Italy — ma di numeri di bilancio. E quelli parlano chiaro.
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