I numeri dello studio CMCC e Politecnico di Milano non lasciano spazio a interpretazioni morbide. Con un riscaldamento globale di 2 gradi, una siccità pluriennale costerebbe all'Italia 74 miliardi di euro e 960.000 posti di lavoro. Quasi il triplo di quanto registrato tra il 2015 e il 2018, quando la siccità ha sottratto 1,45 punti percentuali di crescita del PIL pro capite — circa 24,3 miliardi — e 330.000 occupati.
Il conto sale senza margine di errore
La differenza tra i due scenari non è lineare. Non stiamo parlando di un raddoppio dei danni, ma di un salto netto di scala. Il sistema economico italiano — agricoltura, industria, turismo — reagisce in modo sempre meno proporzionale con l'aumentare della temperatura. La siccità del 2015-2018 ha colpito soprattutto il Centro-Sud, ma le proiezioni a +2°C estendono il perimetro geografico e moltiplicano la durata degli stress idrici.
Le stime del CMCC incorporano scenari di riduzione delle precipitazioni, aumento dell'evapotraspirazione e calo della produttività in settori a elevata intensità idrica. L'impatto sul PIL non deriva solo dalle perdite dirette in agricoltura, ma anche dalle interruzioni nelle catene di fornitura industriale e dal minor consumo interno. Il lavoro scompare dove le filiere si accorciano o si fermano.
Nessun settore rimane indenne
L'agricoltura è il primo settore che viene in mente, ma non l'unico. La produzione elettrica — ancora dipendente da impianti a raffreddamento ad acqua — subisce inefficienze operative. Il turismo alpino e lacustre perde appeal con laghi bassi e nevicate scarse. L'industria manifatturiera del Nord, che consuma acqua per processi di raffreddamento e lavorazione, si trova a razionare o delocalizzare.
960.000 posti di lavoro non sono una stima astratta. Sono tre volte il personale di Poste Italiane, oppure l'intera forza lavoro delle province di Parma, Piacenza e Reggio Emilia messe insieme. Il dato prende forma in stabilimenti che rallentano, campi che riducono le colture, cantieri che si fermano per carenza di risorse idriche.
Il punto è concreto: il riscaldamento a +2°C non è uno scenario catastrofista. È la traiettoria che stiamo percorrendo. E per l'Italia, che non ha sabbie bituminose né piogge tropicali, ogni decimo di grado in più si traduce in vulnerabilità economica misurabile. Il conto è stato fatto. Resta da vedere se qualcuno lo pagherà prima che arrivi.
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