L'Istat ha confermato oggi i dati preliminari: ad agosto l'inflazione è salita al 3,3% su base annua, contro il 2,9% di luglio. L'aumento mensile si ferma a +0,5%. Niente di imprevedibile, ma il ritmo di salita si è fatto più netto rispetto agli ultimi mesi.

Dove si concentra la pressione

Il driver principale resta l'energia. I prezzi regolamentati sono passati da +14,8% a +18% in un mese — un salto che si riflette direttamente sulle bollette e che pesa sull'indice generale. Sul fronte dei carburanti e delle altre componenti energetiche il quadro non cambia: tutto ciò che dipende dal petrolio o dal gas ha ripreso a salire.

L'inflazione di fondo, quella che esclude alimentari ed energia, resta invece sotto controllo. Significa che il problema non è diffuso: non c'è ancora una spirale generalizzata prezzi-salari. Il rialzo è concentrato su voci specifiche, tutte legate alle commodity.

Cosa comporta per i tassi

La BCE osserva questa dinamica da mesi. Un'inflazione trainata dall'energia non è la stessa cosa di un'inflazione diffusa, ma complica comunque le decisioni sui tassi. Se i prezzi continuano a salire, diventa più difficile giustificare ulteriori tagli, anche se l'economia reale non accelera.

In Italia il PIL cresce dello 0,2% trimestrale, sostenuto dalla domanda interna e dai servizi. È una crescita moderata, non abbastanza forte da generare pressioni inflazionistiche autonome. Eppure l'indice generale sale comunque, per fattori esterni.

Sul piano operativo: chi ha posizioni su BTP o spread segue questi dati con attenzione. Un'inflazione più alta riduce il valore reale dei rendimenti fissi e può spingere la BCE a restare più rigida più a lungo. Non è uno scenario da panico, ma nemmeno da ignorare.

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