Le imprese con marchio storico nazionale valgono 93,6 miliardi di euro. Quasi metà del fatturato complessivo proviene dalla Lombardia, che rappresenta da sola il 49,1% del totale. È la conferma numerica di una geografia economica che si ripete da decenni: il Nord produce, il resto insegue.

Lombardia sopra tutti, poi stacco netto

La regione concentra il 28,3% dei marchi storici nazionali e quasi la metà dei ricavi. Il Veneto segue con il 14,2% del fatturato. Le altre regioni pesano poco, anche dove la tradizione industriale esiste. Non è una questione di storia, ma di struttura produttiva e dimensione d'impresa.

Dal 2022 al 2025, il bando regionale "Imprese storiche verso il futuro" ha erogato 25 milioni di euro a 1.412 aziende lombarde. Quegli investimenti hanno generato 50 milioni di euro di ulteriori spese. Il rapporto uno a due indica che il contributo pubblico ha funzionato da leva, non da sussidio fine a se stesso.

Marchio storico non significa rendita di posizione

Avere cent'anni di attività alle spalle non garantisce nulla sui mercati contemporanei. Le imprese storiche che resistono sono quelle che investono in macchinari, logistica e export. Il marchio serve a posizionarsi, ma i margini li fa chi scala e produce volumi.

Lactalis Italia, primo gruppo agroalimentare del paese con 2,3 miliardi di fatturato, controlla marchi come Galbani attraverso 4 stabilimenti dedicati a quel brand. La dimensione conta: più grande è l'azienda, più può permettersi di modernizzare gli impianti e tenere i costi sotto controllo.

Il dato aggregato dei 93 miliardi dice poco sulla salute delle singole imprese. Quello che emerge è la dipendenza del sistema da poche regioni forti e da una manciata di gruppi capaci di investimenti strutturali. Il resto sopravvive, ma fatica a crescere.

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