Il Senato ha dato il via libera definitivo al ddl delega sul nucleare sostenibile: 81 voti a favore, 51 contrari, 7 astenuti. Il ministro Pichetto Fratin l'ha definita «giornata storica». Ora tocca al governo scrivere i decreti attuativi.

Una legge quadro, non un piano operativo

Il provvedimento è una delega: fissa obiettivi e principi, ma lascia al governo il compito di definire i dettagli, come le tecnologie, le tempistiche e il modello di governance per i nuovi impianti. Il testo parla di nucleare di nuova generazione, ma non specifica se si punta su reattori modulari (SMR) o su tecnologie ancora in fase di sviluppo.

L'assenza di indicazioni precise non è un difetto tecnico: è il modo in cui funzionano le leggi delega. Il Parlamento traccia la strada, il governo riempie gli spazi. Il problema è che su questo tema l'Italia ha già cambiato idea due volte in quarant'anni.

Il mercato guarda oltre la politica

Chi segue i mercati energetici sa che il nucleare non risolve i problemi di domani mattina. I tempi di costruzione sono lunghi, i costi iniziali elevati, le autorizzazioni complesse. L'Europa sta già muovendosi: la Francia rilancia, la Polonia firma contratti con Westinghouse, il Regno Unito cerca finanziamenti per Sizewell C.

L'Italia parte in ritardo, ma non fuori tempo massimo. Il vero nodo sarà il modello di finanziamento: impianti da miliardi non si costruiscono senza garanzie pubbliche o contratti di lungo periodo che coprano il rischio di mercato. I decreti attuativi diranno se c'è una strategia industriale o solo un'intenzione politica.

In pratica: il voto di oggi riapre una possibilità. Ma tra una legge delega e il primo kilowattora prodotto da un reattore italiano passano anni, investimenti e scelte tecniche che nessun comunicato stampa può anticipare.

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