I ministri delle finanze del G7 hanno discusso oggi della possibilità di liberare parte delle riserve strategiche di greggio. L'obiettivo è mettere un freno all'eventuale impennata dei prezzi dell'energia innescata dalle tensioni in Medio Oriente.

L'operazione, se confermata, verrebbe coordinata dall'Agenzia internazionale per l'energia. Non è la prima volta che si usa questo strumento — nel 2022, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, gli Stati Uniti hanno rilasciato oltre 180 milioni di barili in sei mesi. Ma il contesto oggi è diverso.

Perché stavolta il mercato reagisce meno

Nel 2022 l'economia globale usciva dalla pandemia con una domanda compressa, famiglie cariche di liquidità e governi che distribuivano stimoli. Quando il gas russo è sparito dai gasdotti europei, l'inflazione è schizzata in doppia cifra. Oggi la domanda è più debole, le banche centrali hanno già alzato i tassi e le scorte europee di gas sono piene all'87%.

Il petrolio riflette questa differenza: Brent a 73 dollari al barile, ben lontano dai 120 toccati nel marzo 2022. Anche con il conflitto tra Israele e Hamas in corso, i mercati restano più freddi. Le borse europee chiudono positive — Milano guadagna lo 0,7% — e Wall Street apre in rialzo, con il Dow Jones sopra lo 0,9%.

L'annuncio serve più della mossa

Il comunicato del G7 parla di "adottare tutte le misure necessarie" per preservare la stabilità. In pratica: se i prezzi salgono, c'è una rete di sicurezza pronta. Questo basta spesso a raffreddare le aspettative speculative. Il mercato sa che aprire i rubinetti delle riserve strategiche significa aggiungere milioni di barili all'offerta in poche settimane.

Sul fronte operativo, titoli come Snam guadagnano oltre il 2% nella seduta. Le infrastrutture energetiche restano sotto osservazione, ma per ora non c'è panico né corsa agli acquisti. Il mercato aspetta segnali concreti da Hormuz e dai campi petroliferi del Golfo prima di muoversi davvero.

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