L'Italia si trova di fronte a un problema di tempistica. Il Pnrr chiude i rubinetti proprio mentre arriva la tempesta geopolitica. Al Sud, dove i progetti sono più concentrati, il rallentamento si farà sentire ancora di più.

Il Pnrr finisce, la spesa pubblica cala

Dei 625.000 progetti finanziati, 500.000 sono già conclusi. Altri 11.400 sono in fase di chiusura, 100.000 ancora in esecuzione. I numeri dimostrano che la macchina ha funzionato, ma rivelano anche che il flusso di risorse pubbliche sta per interrompersi. Quando un programma da 200 miliardi termina, l'economia lo sente.

Il problema principale riguarda il Sud. Lì si concentra la quota maggiore di interventi infrastrutturali. Quando i cantieri chiuderanno, non ci sarà nulla a sostituirli nel breve termine. Il risultato sarà una frenata locale che ostacolerà il processo di convergenza con il resto del paese.

I consumi rallentano già prima della crisi

I consumi delle famiglie italiane cresceranno dello 0,7% nel 2026 in termini reali, dopo l'1,1% del 2025. Non è un crollo, ma un rallentamento evidente. E questo era lo scenario prima che esplodesse il Medio Oriente.

Ora si aggiunge la situazione dello stretto di Hormuz. Se rimane chiuso, il petrolio sale e il potere d'acquisto delle famiglie cala ulteriormente. Meno consumi, meno crescita interna, maggiori difficoltà per le regioni che dipendono dalla domanda domestica.

Tre pressioni contemporanee

La convergenza italiana rallenta perché arrivano tre spinte negative insieme: il Sud perde la spinta del Pnrr, i consumi frenano, la crisi in Iran colpisce i costi energetici. Prese singolarmente, sono pressioni gestibili. Tutte e tre insieme rendono difficile mantenere il ritmo di crescita necessario per chiudere i gap territoriali.

Sul piano concreto: chi si aspettava un recupero strutturale del Mezzogiorno nei prossimi due anni dovrà rivedere le tempistiche. Non è questione di politiche sbagliate, ma di timing sfavorevole.

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