Il titolo Ferrari ha perso quasi l'8% nella seduta successiva alla presentazione di Luce, la prima vettura completamente elettrica del Cavallino. Un calo che non si vedeva da tempo e che arriva in un momento in cui il mercato è già nervoso su tutto ciò che riguarda la transizione verso l'elettrico.

L'amministratore delegato Benedetto Vigna ha parlato di «un nuovo capitolo» nella storia dell'azienda. Luca Cordero di Montezemolo, ex presidente, la vede diversamente: «Se dovessi dire quello che penso farei del male alla Ferrari. Si rischia la distruzione di un mito». Non ha aggiunto altro, ma il messaggio è chiaro.

Il mercato non premia l'elettrico di lusso

Il punto è che gli investitori non hanno mai apprezzato le case automobilistiche che si muovono verso l'elettrico. Non Porsche, non Aston Martin, tanto meno i marchi di fascia più bassa. Ferrari aveva costruito la propria valutazione — premium rispetto a qualsiasi altro produttore — sull'esclusività legata al motore termico. Rompi quel legame e parte del premio di valutazione scompare.

Il Russell 2000 ha guidato il ribasso generale nella stessa seduta, quindi non si è trattato di un movimento isolato. Ma Ferrari ha perso molto più della media. Significa che la vendita era mirata, non solo effetto di mercato.

Il buyback da solo non basta

Ferrari ha raggiunto il 9,50% del capitale sociale con il programma di riacquisto di azioni. In teoria dovrebbe sostenere il titolo. Ma quando cambi radicalmente la natura del prodotto, il buyback diventa un dettaglio. Gli investitori che hanno comprato Ferrari per quello che rappresentava sul piano industriale adesso devono capire se vogliono tenere un'azienda che produce anche auto elettriche di lusso.

Montezemolo non ha torto sul piano simbolico. Il problema è che sul piano industriale le scelte sono poche: o segui la regolamentazione europea o esci dal mercato. Ferrari ha scelto di restare. Il prezzo — almeno per ora — lo sta pagando in Borsa.