Il decreto sul federalismo fiscale arriva sul tavolo del consiglio dei ministri con un problema: nessuno degli enti che dovrebbe applicarlo lo vuole davvero. Regioni, Province e Comuni hanno fatto muro contro una riforma che sulla carta non dovrebbe costare nulla al contribuente, ma che nei fatti sposta equilibri di potere consolidati da decenni.
La promessa: spostare 20 miliardi senza toccare il totale
Il meccanismo è chiaro. Oggi lo Stato trasferisce oltre 20 miliardi l'anno agli enti locali. Con la riforma, quegli stessi 20 miliardi restano sul territorio ma cambiano forma: non più trasferimenti statali, bensì maggiore prelievo fiscale diretto da parte di Regioni e Comuni. In teoria la pressione fiscale complessiva resta invariata — sale quella locale, scende in misura corrispondente quella statale.
Il problema è che gli enti locali non si fidano. Temono che lo Stato riduca le proprie aliquote con un decreto, mentre loro dovranno alzare le proprie con delibere impopolari. Soprattutto, sanno che gestire il prelievo diretto significa assumersi la responsabilità politica di aumenti futuri. È molto più comodo ricevere trasferimenti da Roma e lamentarsi che sono insufficienti.
Partenza rinviata al 2028, forse
Per superare le resistenze, il governo ha inserito una clausola di revisione. Le Regioni entreranno nel nuovo sistema solo dal 2028, dopo un monitoraggio che valuterà se modificare le aliquote di compartecipazione ai tributi erariali. Una formulazione che lascia ampi margini interpretativi — troppo ampi per chi deve pianificare i bilanci.
L'articolo 119 della Costituzione prevede autonomia finanziaria per le Regioni «nelle forme e nei limiti stabiliti da leggi della Repubblica». La questione è proprio questa: quali forme, quali limiti. La delega fiscale scade tra un mese e il testo è ancora in discussione perché manca il consenso delle amministrazioni che dovrebbero metterlo in pratica.
Sul piano operativo
Una riforma fiscale che redistribuisce competenze senza cambiare il totale prelevato è neutra per i mercati — non sposta la domanda aggregata né il deficit. Ma rivela quanto sia complicato toccare equilibri di potere anche quando non ci sono costi netti da distribuire. Se occorrono tre anni per spostare 20 miliardi da una colonna all'altra del bilancio pubblico senza modificare il saldo, è evidente che qualsiasi intervento strutturale serio richiederà tempi molto più lunghi.
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