La Commissione europea ha presentato la revisione del sistema ETS — quello che impone alle imprese di pagare per ogni tonnellata di CO₂ emessa. Confindustria, tramite il presidente Emanuele Orsini, ha espresso un giudizio netto: inadeguata. Il mercato ha risposto alzando il prezzo delle quote, segnale che gli operatori si aspettavano correzioni più incisive di quelle proposte.

Una correzione troppo timida per un sistema che strozza

Il meccanismo è noto: al rialzo del prezzo delle quote di carbonio corrisponde un aumento dei costi di produzione in Europa. Da mesi le imprese chiedevano un intervento strutturale per evitare che interi comparti — vetro, ceramica, acciaio, chimica, cemento, carta — diventassero economicamente insostenibili. La revisione proposta si limita a interventi marginali, insufficienti a invertire la dinamica che sta spingendo le produzioni oltre i confini comunitari.

La reazione del mercato è immediata: le quote hanno iniziato a salire, rafforzando la convinzione che i grandi operatori non prevedano alcun allentamento. Confindustria lo dice apertamente: con questi livelli, settori interi rischiano la chiusura. Non è retorica: quando il costo delle emissioni supera una certa soglia, produrre in Europa non ha più senso economico. Le produzioni si spostano altrove, con conseguenze per occupazione e sovranità industriale.

Cosa serve ora

Orsini chiede al Parlamento e al Consiglio europei di intervenire in fase di negoziato per rafforzare la revisione. Sul tavolo non c'è solo la competitività, ma la sopravvivenza di comparti manifatturieri che rappresentano una quota significativa del tessuto produttivo italiano ed europeo. Il nodo è semplice: senza un meccanismo di compensazione adeguato, le aziende che producono beni ad alta intensità energetica saranno schiacciate tra costi interni crescenti e una concorrenza estera che non paga alcun prezzo sulle emissioni.

Nel frattempo, il mercato continua a scontare uno scenario di stretta. Ogni rialzo delle quote aumenta la pressione sui margini aziendali. E ogni trimestre che passa senza correzioni strutturali rende più probabile lo scenario che nessuno vuole ammettere: lo spostamento di intere filiere produttive fuori dall'Unione.

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