Il 2 settembre il prezzo all'ingrosso dell'elettricità in Italia ha toccato 212 euro al megawattora. Un mese prima, il 5 agosto, si era fermato a 207. Due picchi che raccontano una tensione strutturale sul mercato elettrico italiano, ma che convivono con un dato importante: il 2026 segna un cambio di passo nella generazione da fonti rinnovabili.

Picchi di prezzo e nuova capacità installata

I produttori parlano di "situazione eccezionale" riferendosi non tanto ai prezzi — quelli seguono dinamiche di domanda, gas e meteo — quanto alla quantità di nuova potenza rinnovabile che sta entrando in rete. Il paradosso è evidente: il Pun sale, ma contemporaneamente cresce la capacità installata di solare ed eolico. Il problema non è la mancanza di generazione verde, bensì che questa capacità non basta ancora a coprire i picchi di domanda quando il sole non c'è e il vento cala.

Gli incentivi per le imprese energivore sono aumentati proprio per compensare l'instabilità dei prezzi spot. Un segnale che il sistema sta cercando di conciliare competitività industriale e transizione energetica senza far saltare il banco. Ma la strada è stretta: ogni giornata senza vento o con alta domanda industriale manda il prezzo oltre i 200 euro.

Il nodo dell'accumulo

La chiave è lo stoccaggio. Le batterie costano ancora troppo per essere installate su scala di rete in modo massiccio, ma i progetti si moltiplicano. Senza accumulo, il surplus di energia solare delle ore centrali viene sprecato o venduto a prezzi negativi, mentre la sera si torna a comprare gas a qualsiasi prezzo. È esattamente quello che stiamo vedendo nei giorni di picco del Pun.

Sul piano concreto, il 2026 non è l'anno in cui i prezzi si stabilizzano, bensì quello in cui si capisce se l'infrastruttura di accumulo riuscirà a tenere il passo della nuova generazione installata. Finché questo gap resta aperto, i 200 euro al megawattora non saranno un'eccezione.

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