Mario Draghi ha lanciato una proposta precisa nel suo intervento a Zurigo: l'Unione Europea deve investire 100 miliardi di euro nell'intelligenza artificiale. Non è un auspicio generico, ma un numero chiaro, accompagnato da una diagnosi altrettanto netta. Il gap di produttività con gli Stati Uniti si colma solo con capitali concentrati su tecnologia e integrazione dei mercati finanziari europei.

Il mercato unico incompiuto e il costo dei tassi alti

Draghi collega il ritardo tecnologico alla frammentazione del mercato europeo. Il mercato unico non è mai stato completato seriamente, tantomeno sui capitali. I fondi pensione tedeschi acquistano bond tedeschi, quelli francesi bond francesi. Il capitale privato europeo non si mobilita dove serve. Nel frattempo, l'ex presidente della BCE ha citato stime secondo cui l'aumento dei tassi atteso dai mercati dalla fine dello scorso anno ridurrebbe la crescita cumulata di 1,1-1,3 punti percentuali nel periodo 2026-2028. Tali stime, precisa Draghi, precedono l'ulteriore rialzo delle aspettative da metà agosto.

Ciò significa che la politica monetaria peserà più di quanto già scontato. In un contesto simile, l'Europa non può permettersi di perdere ulteriore tempo su tecnologia e scala industriale.

Dove vanno i capitali tecnologici

Gli Stati Uniti attraggono venture capital su una scala che l'Europa non conosce. I modelli linguistici più avanzati nascono a San Francisco, i chip per l'AI si progettano a Santa Clara. L'Europa resta indietro non per mancanza di competenze — il talento accademico esiste — ma perché le mancano il capitale organizzato e il mercato integrato che permetterebbe a una startup svedese di scalare come se operasse in un unico paese da 450 milioni di persone.

Draghi propone una cifra: 100 miliardi. Non è chiaro se intenda fondi pubblici diretti, garanzie statali o leva fiscale per attrarre capitali privati. Quel che è certo è che senza una massa critica di investimento, l'AI europea rimarrà un settore accademico, non un motore di crescita.

In concreto: se l'Europa vuole evitare di diventare un mercato di consumo per la tecnologia americana e cinese, deve decidere se investire risorse o accettare il declino relativo. Draghi ha dato un numero. Ora si vedrà se qualcuno in Commissione sarà disposto a costruire sopra una politica industriale seria.

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