Il diesel ha superato i 2,1 euro al litro. In autostrada siamo a 2,155 euro, praticamente i livelli che avevano spinto il governo a tagliare le accise. Solo che adesso le accise sono già state tagliate e non serve a nulla.
Lo stretto di Hormuz è di nuovo chiuso. Le forniture che passavano da lì sono bloccate; il mercato ha reagito prima ancora che qualcuno mettesse una mina in acqua. Il gasolio ieri ha toccato 2,082 euro in modalità self, con picchi a Bolzano e in Sicilia, dove la logistica già fragile si è trasformata in un vero collo di bottiglia.
Le accise erano il problema sbagliato
Il governo aveva agito sulle accise pensando che il problema fosse la tassazione. Ma quando il prezzo del greggio schizza perché manca il 20% dell'offerta globale, tagliare qualche centesimo di imposta è come mettere un cerotto su una frattura esposta. Il punto non è il fisco: l'Italia importa tutto il petrolio che consuma, e adesso quel petrolio costa il doppio.
Il Mimit e il Mef hanno mandato la Guardia di finanza a controllare 1.900 distributori per verificare che nessuno stia speculando. Un'operazione corretta sulla carta, inutile nella sostanza. I benzinai comprano il carburante a prezzi raddoppiati alla fonte. Non c'è speculazione da scoprire: c'è una crisi di approvvigionamento in corso.
Chi paga il conto vero
Il settore dei trasporti è già sotto pressione. Le aziende di autotrasporto lavorano con margini tra il 3% e il 5%: un rincaro del 40% sul gasolio non lo assorbisci, lo scarichi sui prezzi finali. Pane, latte, componentistica—tutto ciò che viaggia su gomma costerà di più tra tre settimane. È meccanica, non allarmismo.
L'unica variabile che potrebbe cambiare lo scenario è la riapertura di Hormuz. Se succede nei prossimi giorni, i prezzi scendono in 72 ore. Se resta chiuso altre due settimane, il diesel a 2,3 euro non è uno scenario, è una certezza.
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