Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha messo nero su bianco quello che molti operatori già scontano nei portafogli: se il conflitto in Iran si trascina fino a dicembre, l'Italia entra in recessione. Non è un'ipotesi da scenario estremo, ma lo scenario centrale del centro studi dell'associazione.
Tre scenari, un unico dato certo
Il CSC di Confindustria ha costruito tre proiezioni sul PIL italiano legate alla durata del conflitto. Se la guerra si chiude in tempi rapidi, la crescita potrebbe attestarsi intorno al +0,5%. Se invece si protrae per i restanti dieci mesi del 2025, la contrazione diventa pressoché inevitabile. Il dato che pesa di più riguarda lo stretto di Hormuz. Finché resta sotto pressione, il costo dell'energia rimane alto e la manifattura italiana — che dipende dall'importazione di gas e petrolio — paga il conto per intero.
Orsini non ha usato mezzi termini: servono misure di sostegno alle imprese, e servono subito. Ha richiamato l'idea degli Eurobond, lo strumento comune europeo che ha funzionato durante il COVID. Il problema è che allora c'era una pandemia globale e una volontà politica condivisa. Oggi c'è una guerra regionale e governi europei che faticano a trovare una linea comune anche sulle sanzioni.
Il mercato si sta già posizionando
Non è necessario aspettare i dati ufficiali del secondo trimestre per vedere gli effetti. Le aspettative di recessione si riflettono già nei tassi: lo spread BTP-Bund reagisce a ogni escalation, i future sull'energia incorporano premi di rischio elevati e gli ordini industriali tedeschi — primo indicatore per l'Italia — sono in calo da settimane.
Chi opera sui mercati sa che le recessioni si scontano prima che arrivino. Quando Confindustria pubblica uno scenario del genere, significa che le aziende stanno già prendendo decisioni: tagli agli investimenti, rinvii di assunzioni, revisione dei budget. La domanda non è se l'economia rallenterà, ma di quanto.
Sul piano operativo, l'attenzione resta sui future del Brent e sui dati settimanali delle scorte USA. Se Hormuz resta aperto e le forniture tengono, lo scenario meno negativo rimane in piedi. Ma basta una chiusura anche parziale dello stretto per mandare tutto in rosso — PIL compreso.
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