Le compagnie aeree europee hanno carburante garantito per circa un mese. Se lo stretto di Hormuz resta chiuso e il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua, da maggio alcuni aerei rischiano di restare a terra. Non per mancanza di domanda, ma per mancanza fisica di carburante.
Il dato che conta: il prezzo medio globale del jet fuel ha toccato 195 dollari al barile secondo l'Iata, più del doppio rispetto ai livelli di fine 2024. Negli Stati Uniti l'indice Argus US Jet Fuel ha superato i 4,60 dollari al gallone lunedì — contro i 2,50 dollari precedenti al conflitto. Ma il problema vero non è il prezzo: è l'assottigliamento delle scorte.
Mercato già sotto pressione
Le compagnie aeree quotate hanno perso oltre 53 miliardi di dollari di capitalizzazione in poche settimane. Il mercato si comporta come se il blocco fosse già in atto: i multipli incorporano margini operativi ridotti, aumenti tariffari inevitabili e una stagione estiva che potrebbe disattendere le previsioni dei business plan.
Il carburante incide tra il 25% e il 35% dei costi operativi di un vettore. Quando raddoppia in sei settimane, nessuna copertura di hedging è sufficiente. Le compagnie low cost — che operano su margini più sottili — soffrono per prime. Le grandi compagnie dispongono di maggiore forza contrattuale con i fornitori, ma nessuno può aggirare il collo di bottiglia fisico dello stretto.
Scenario operativo da qui a giugno
Se Hormuz resta bloccato fino a fine aprile, le compagnie dovranno ridurre le frequenze o cancellare rotte meno redditizie. Non c'è alternativa: i jet non volano senza cherosene. L'Europa dipende in misura rilevante dalle forniture che transitano per il Golfo Persico — sia direttamente che attraverso raffinerie collegate a quella catena logistica.
Sul piano tariffario, i rincari sono già in corso su alcune rotte transatlantiche e verso l'Asia. Se la crisi si protrae, i biglietti per la stagione estiva potrebbero salire di un ulteriore 15-20%. A quel punto la domanda inizierà a contrarsi — soprattutto nel segmento leisure.
Il punto è semplice: le scorte non sono infinite e maggio è dietro l'angolo. Se il conflitto non si conclude rapidamente, il settore aereo passa da un problema di costo a un problema di disponibilità. E quello è uno scenario che i mercati ancora non hanno pienamente scontato.
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