Air France-KLM, Lufthansa e altre major europee stavano per presentare i conti del primo trimestre. Poi è arrivato lo shock del carburante legato alla crisi iraniana e molte hanno messo in pausa la comunicazione dei risultati. Non perché i numeri siano sbagliati — quelli sono già chiusi — ma perché pubblicare guidance e previsioni per il resto dell'anno è diventato impossibile.

Il blocco logistico vale quanto un taglio produttivo

Il problema non è solo il prezzo del greggio. È che anche senza danni fisici ai giacimenti, il solo rischio di blocco dello stretto di Hormuz equivale a togliere dal mercato 2-3 milioni di barili al giorno secondo le stime degli analisti energetici. Le compagnie lo sanno: se il jet fuel sale del 15-20% in poche settimane, i margini operativi previsti a inizio anno diventano inservibili.

Bank of America ha già comunicato che i biglietti aerei in Europa potrebbero salire del 5% nel giro di pochi mesi. Non è speculazione: è l'unico modo per scaricare almeno parte dell'aumento dei costi sui passeggeri senza mandare in rosso i conti semestrali.

Chi regge e chi no

Le compagnie con contratti di hedging ben strutturati sul carburante e margini operativi solidi hanno qualche mese di respiro. Quelle più esposte al Medio Oriente o con coperture deboli vedranno l'impatto già nel secondo trimestre. Alcune stanno già allungando le rotte per evitare lo spazio aereo iraniano: più ore di volo significano più consumo e più costi.

Il punto è che questo scenario non rientra nelle ipotesi con cui hanno costruito i budget 2025. Comunicare risultati trimestrali senza dare indicazioni sull'anno intero significa dire ai mercati: non sappiamo dove andiamo. Meglio aspettare che la situazione si stabilizzi, anche se questo comporta uno slittamento di settimane nella pubblicazione dei dati.

Chi ha margini più larghi può assorbire parte dello shock. Chi operava già con margini stretti rischia di dover rivedere l'intera struttura dei costi — o dei ricavi — prima di fine anno.

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