L'ottava si chiude con una spaccatura netta tra il tech americano e Piazza Affari. Intel ha messo a segno un +23% che ha dato ossigeno al Nasdaq, mentre Milano ha lasciato sul campo il 2,5% nell'arco della settimana, fermandosi sotto i 47.700 punti.

Il rimbalzo di Intel copre le crepe del listino

Il balzo del chipmaker americano ha oscurato tutto il resto: l'annuncio di risultati migliori delle attese e una guidance rivista al rialzo hanno innescato la reazione che i trader aspettavano da tempo. Il Nasdaq ha seguito, ma senza grande convinzione — più che un rally di mercato, è stata una fiammata concentrata su pochi nomi tech.

Sul fronte opposto i titoli della difesa hanno subito vendite pesanti. Il motivo è semplice: ogni volta che i negoziati Usa-Iran mostrano segnali di apertura, il mercato scarica le posizioni accumulate nei giorni di tensione. Poco importa se Hormuz resta di fatto bloccato: conta la narrativa del momento, e questa settimana diceva "de-escalation".

Milano paga l'incertezza e il Brent sopra 104 dollari

Piazza Affari ha chiuso la settimana tra le peggiori d'Europa. Il petrolio Brent, che viaggia sopra i 104 dollari, pesa sui consumi; le banche hanno registrato prese di beneficio dopo i rialzi delle sedute precedenti; i titoli industriali restano sotto pressione per i timori di rallentamento manifatturiero.

L'unico segmento che ha tenuto è stato quello bancario, con Unicredit in crescita del 3,2% nell'ultima seduta e MPS in rialzo del 2% alla vigilia dell'assemblea per il rinnovo del CDA. Ma non è bastato a compensare le vendite sul resto del listino.

Il quadro operativo resta chiaro: finché le notizie dall'Iran continuano ad alternarsi senza una direzione definitiva, i mercati europei restano in balia di oscillazioni che hanno poco a che fare con i fondamentali delle aziende quotate. Chi compra oggi compra volatilità, non crescita.

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