L'Italia conferma la leadership nelle esportazioni di ceramica verso gli Stati Uniti: 769 milioni di dollari nel 2025, con una crescita dell'8,7% rispetto all'anno precedente. Il dato proviene da Coverings 2026, la fiera di settore conclusa ieri a Las Vegas, dove la parola più ricorrente tra gli espositori è stata «incertezza».

Il mercato americano vale più della somma dei rischi

Gli Stati Uniti rimangono il primo mercato di sbocco per le piastrelle italiane, davanti alla Spagna. La tenuta delle vendite nel 2025 non dipende da condizioni ideali — dazi, inflazione sui costi di trasporto, tassi ancora elevati — bensì dalla capacità di presidiare un mercato dove il posizionamento di prezzo regge. Panaria Group, con uno stabilimento diretto negli USA e ricavi nordamericani che pesano circa un quarto del totale, rappresenta chi ha scelto di produrre localmente per ridurre l'esposizione ai rischi doganali. Altri mantengono un modello export puro, con margini più stretti ma volumi stabili.

La crescita dell'8,7% non è esplosiva, ma è solida. Il settore della costruzione residenziale americana ha rallentato nel 2025 rispetto al picco post-Covid, eppure la domanda di ceramica italiana ha continuato a salire. Il motivo risiede nel fatto che chi acquista piastrelle italiane non ristruttura per necessità, bensì per scelta. È un segmento meno sensibile al ciclo dei tassi rispetto all'edilizia di massa.

La produzione locale non basta a tutti

Keradom, realtà piccola specializzata in formati tradizionali, ha chiuso un 2025 «brillante» — secondo le parole del direttore commerciale — senza uno stabilimento americano. L'azienda esporta, paga i dazi e vende comunque. Non tutti hanno la scala per replicare il modello Panaria, e non tutti ne hanno bisogno. Il prodotto italiano si vende anche con un 25% di sovraccosto rispetto a quello spagnolo o turco, perché chi acquista ceramica di fascia alta non confronta soltanto il prezzo al metro quadro.

Il rischio vero non sono i dazi — questi si scaricano sul cliente finale se il brand regge — bensì una recessione americana che riduca il numero di cantieri di ristrutturazione sopra i 500mila dollari. Per ora questa situazione non si verifica. Le vendite tengono, il margine si stringe, ma il volume compensa.

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