Il Brent ha smesso di salire, ma i prezzi alla pompa continuano a farlo. La benzina ha toccato quota 2 euro al litro, il gasolio punta verso i 2,10. Il dato arriva dopo un weekend di rincari che ha portato i listini ai massimi da mesi.

Quando il greggio rallenta ma i distributori no

La dinamica è nota: quando il petrolio sale, i prezzi alla pompa si adeguano nel giro di 48 ore. Quando il Brent scende, invece, il ritardo è di settimane. In questo caso il greggio ha dato tregua — si è stabilizzato sopra gli 80 dollari senza più spingere — ma i margini di raffinazione hanno ripreso a salire e le compagnie non hanno fretta di scaricare il ribasso sui consumatori finali.

Il ministero dell'Ambiente pubblica i dati settimanali: la benzina self service è passata da 1,92 a 2 euro in dieci giorni. Il gasolio segue la stessa traiettoria, con un differenziale che si è allargato rispetto alla benzina, anomalia tipica dei momenti in cui la domanda industriale resta sostenuta.

Cosa pesa davvero sul prezzo finale

Il costo del barile incide per meno della metà del prezzo che vediamo sul display del distributore. Il resto è composto da accise — tornate ai livelli pre-taglio dopo la fine dell'emergenza geopolitica dello scorso anno — e IVA al 22%. Quando il Brent si muove di 5 dollari, il prezzo alla pompa si sposta di 10-12 centesimi. Quando invece si muovono i margini di raffinazione o le dinamiche di distribuzione interna, l'effetto può essere anche doppio.

Il governo ha fatto sapere che sta monitorando. Per ora non sono previsti interventi su accise o tasse, ma il tema è sul tavolo se i prezzi continuano a salire. Dal punto di vista operativo, chi deve fare rifornimento non ha molte alternative: aspettare non serve se la direzione è ancora al rialzo.

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