Saudi Aramco ha chiuso il secondo trimestre 2026 con un utile netto in crescita del 44% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Il dato arriva mentre gli impianti dell'azienda continuano a subire attacchi da parte dei miliziani Houthi sostenuti dall'Iran, con raid documentati su Jizan e Yanbu a fine luglio.

La crescita degli utili è trainata dall'impennata dei prezzi del greggio, che ha più che compensato i rischi operativi. Il petrolio ha beneficiato dell'escalation regionale e del blocco dichiarato dagli Houthi alle esportazioni saudite nel Mar Rosso, una mossa che ha esteso le tensioni da Hormuz a una seconda rotta critica per le forniture mondiali.

Il prezzo copre tutto

Aramco ha dichiarato che le operazioni non hanno subito impatti significativi dagli attacchi. Tradotto: i sistemi di difesa hanno retto e la produzione è andata avanti. Ma il punto vero è un altro: con il Brent sopra i livelli pre-conflitto, anche una riduzione marginale dei volumi estratti viene assorbita dai margini più alti.

Il conflitto che ha coinvolto anche Iraq ed Egitto ha fatto salire le quotazioni ben prima che qualcuno bloccasse fisicamente una nave. I mercati scontano il rischio di interruzione prima ancora che si verifichi, gonfiando così i ricavi di Aramco senza che l'azienda dovesse fare nulla di diverso dal normale.

Resilienza forzata

La capacità di Aramco di mantenere la produzione sotto attacco non è una novità. L'Arabia Saudita ha investito miliardi in ridondanza infrastrutturale e difesa aerea proprio per questo scenario. Il vero test sarà capire quanto a lungo il regno può sostenere esportazioni elevate se il blocco del Mar Rosso diventa permanente e se le rotte alternative non bastano.

Per ora il mercato premia chi ha barili da vendere in un contesto di offerta percepita come fragile. Aramco incassa. Ma la tenuta degli utili dipende da una variabile che l'azienda non controlla: quanto dura la crisi regionale e se gli Houthi intensificano la pressione sugli impianti costieri.

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