AirBaltic ha depositato istanza di Chapter 11 negli Stati Uniti. Tecnicamente non è fallita, ma è entrata in una procedura di ristrutturazione del debito che consente di continuare a operare mentre si rinegozia tutto con i creditori. L'obiettivo dichiarato è uscirne entro giugno 2027. Nel frattempo, i voli proseguono regolarmente.

È la seconda compagnia aerea in pochi mesi a ricorrere a questa strada, dopo Spirit Airlines a novembre. Il denominatore comune è sempre lo stesso: il costo del carburante rimane strutturalmente più alto rispetto al periodo pre-2022, nonostante il petrolio sia sceso dai picchi di due anni fa.

Carburante caro, margini compressi

Il problema non è solo il prezzo del barile. Le compagnie low-cost hanno costruito il loro modello di business su margini sottili, dove ogni incremento di costo operativo si scarica direttamente sul risultato netto. Quando il Brent viaggiava sotto i 60 dollari, il modello funzionava. Con il greggio sopra gli 80 dollari per mesi, anche con ribassi successivi, il margine si comprime fino a scomparire.

AirBaltic non è Spirit — ha una posizione strategica diversa e opera principalmente nei Paesi Baltici e su rotte verso l'Europa occidentale. Il ricorso al Chapter 11 dimostra tuttavia che il settore sta reagendo alle stesse pressioni: costi del carburante stabilmente più alti, difficoltà a scaricare tutto sui prezzi dei biglietti, concorrenza che rimane feroce.

Chapter 11 non è fallimento, ma il segnale è chiaro

La procedura consente di continuare a operare mentre si rinegozia il debito con i creditori sotto la supervisione del tribunale. Non significa che la compagnia chiude, bensì che i conti non stanno in piedi e serve una ristrutturazione forzata per andare avanti.

Il termine previsto di giugno 2027 — due anni — non è rassicurante. È il tempo necessario per trovare nuovi investitori, rinegoziare i contratti, ridurre la flotta o uscire da rotte non profittevoli. Nel frattempo, il rischio operativo rimane elevato.

Il settore aereo sta attraversando una fase in cui i costi fissi tornano a pesare. Chi ha margini sottili soffre per primo. E il petrolio sopra gli 80 dollari non aiuta nessuno.

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