L'indagine di Promos Italia fotografa un dato che pochi stanno considerando: otto imprese su dieci hanno dovuto rivedere almeno in parte le strategie operative a causa delle incertezze nello Stretto di Hormuz. Non si tratta solo di petrolio e gas — il collo di bottiglia impatta le rotte marittime, i costi di trasporto e i tempi di consegna.

Diversificare non basta più

La risposta delle imprese è pragmatica: la maggioranza sta diversificando i mercati di sbocco e i fornitori. Parallelamente, però, continua a investire nell'area. Questo significa che il rischio viene percepito come gestibile, non come motivo per uscire completamente dalla regione. Le aziende riducono l'esposizione ma non abbandonano le posizioni — è la stessa logica che i fondi usano per ridimensionare il rischio geografico senza chiudere tutte le linee.

Il problema vero è che diversificare le rotte o i fornitori ha un costo. I noli marittimi salgono quando le navi devono circumnavigare l'Africa invece di passare per il Golfo Persico. I tempi di consegna si allungano. Le scorte vanno riviste al rialzo. Tutto questo si scarica sui margini operativi, soprattutto per chi lavora su commodity o prodotti a basso valore aggiunto.

L'inflazione che nessuno vuole vedere

Finché il greggio resta contenuto, l'impatto sui mercati finanziari rimane limitato. Ma le tensioni nello Stretto stanno già alimentando un'inflazione latente sui costi logistici e sulle materie prime industriali. Le banche centrali continuano a guardare l'inflazione core dei beni di consumo — quella che si vede nei supermercati — senza considerare quanto stia lievitando il costo della catena di approvvigionamento per i produttori.

La reazione dei mercati azionari è stata finora contenuta proprio perché il rischio viene scontato come temporaneo. Ma se le difficoltà di transito si prolungano oltre il secondo trimestre, l'80% delle imprese che oggi sta solo aggiustando le rotte potrebbe trovarsi a rivedere i piani di crescita. A quel punto il tema diventa sistemico, non più settoriale.

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