Pierre Gramegna, direttore del Meccanismo Europeo di Stabilità, ha messo nero su bianco uno scenario che i mercati stanno ancora ignorando: se le tensioni in Iran degenerano, l'inflazione europea potrebbe tornare al 5%. Non il 3%, non il 4% — il 5%. Quel livello che nell'eurozona pensavamo di aver superato.

Il punto è semplice: l'Europa ha sostituito il gas russo con forniture dal Golfo. Se lo stretto di Hormuz si blocca anche solo parzialmente — e non serve una guerra totale, bastano azioni mirate — il prezzo dell'energia riprende a salire. Il greggio si è già riportato a 74 dollari. In un contesto di tensione sostenuta, quei 74 diventano 85, poi 90. E l'inflazione segue.

Il problema non è solo il petrolio

Gramegna ha citato anche i fertilizzanti. Il Golfo ne produce in quantità industriale. Se le rotte marittime si complicano, i costi agricoli salgono e dopo qualche mese il conto arriva sui prezzi alimentari. Non è teoria: è la stessa sequenza vista con l'invasione dell'Ucraina, quando i fertilizzanti russi sono usciti dal mercato e i prezzi del grano sono schizzati.

L'Asia è ancora più esposta. Giappone e Corea del Sud dipendono quasi interamente dal Golfo per il petrolio. Ma anche l'Europa, con la sostituzione forzata delle forniture russe, ha costruito una nuova dipendenza, che ora rappresenta una vulnerabilità diretta.

I mercati non scontano ancora nulla

Il problema vero è che gli indici azionari europei si comportano come se lo scenario iraniano fosse già risolto. Nessuna copertura visibile, nessun premio al rischio nei bond. Il petrolio ha reagito, certo, ma non abbastanza da segnalare che il mercato si aspetta davvero un blocco prolungato delle rotte. Eppure basta un missile su una petroliera per cambiare tutto in 48 ore.

Gramegna sta facendo il suo mestiere: il Mes esiste per monitorare i rischi sistemici prima che si materializzino. Se il capo del fondo salva-Stati europeo dice 5%, significa che il modello interno del Mes considera quello scenario plausibile. Non remoto, non apocalittico — plausibile. E se l'inflazione europea torna stabilmente sopra il 4%, la Bce non può tagliare i tassi. Anzi, li mantiene fermi più a lungo. E questo è un problema per chi si aspettava un 2025 più accomodante.