Matteo Salvini ha quantificato la richiesta che la Lega presenterà per la prossima legge di Bilancio: un contributo del 5% annuo sugli utili delle prime dieci banche italiane per tre anni consecutivi. Con un aggregato di profitti stimato a 30 miliardi, si tratterebbe di un prelievo da 1,5 miliardi l'anno.

La mossa della Lega e i numeri in gioco

Il vicepremier non ha parlato di una tantum, ma di un meccanismo triennale. Se i margini degli istituti dovessero mantenersi stabili — ipotesi plausibile vista la struttura dei ricavi da interessi con tassi ancora sopra il 3% — il gettito complessivo supererebbe i 4 miliardi nel triennio. Salvini ha dichiarato di essere convinto che l'intera maggioranza accompagnerà la proposta.

Il tema non è nuovo. Nel 2023 il governo aveva già tentato una tassa sugli extraprofitti bancari, poi ritirata dopo il crollo in Borsa dei titoli del settore e sostituita con un meccanismo volontario sulle DTA. Questa volta la formulazione è diversa: si parla di contributo percentuale e non di soglie assolute di redditività.

Reazione attesa e margini operativi

L'ABI non si è ancora pronunciata, ma è prevedibile una resistenza. Le banche italiane hanno chiuso il 2025 con margini record grazie alla forbice tassi-depositi, ma il NII è già in calo per effetto dei tagli BCE. Un prelievo fisso sugli utili — anche se contenuto al 5% — riduce la capacità di distribuzione e può comprimere i dividend yield, parametro chiave per gli investitori istituzionali.

Sul piano pratico, l'impatto sui conti delle singole banche dipenderà dalla quota di utile che ciascuna rappresenta sul totale. Intesa, UniCredit e Banco BPM peseranno per oltre il 60% del carico complessivo. Se la misura passasse, il mercato la sconterà già in autunno, ben prima dell'approvazione formale della manovra.

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