Dopo dieci trimestri consecutivi in cui le buste paga crescevano più dei prezzi, il secondo trimestre 2026 chiude con un'inversione: le retribuzioni contrattuali orarie nel settore privato sono salite del 2,3%, meno dell'inflazione dello stesso periodo. Un rallentamento rispetto al +2,4% del trimestre precedente.
È la prima volta dal 2023 che il potere d'acquisto dei lavoratori torna a contrarsi. Non è un crollo, ma segna la fine di una fase. Il ciclo di recupero post-pandemia, alimentato dai rinnovi contrattuali 2022-2024, ha esaurito la propria spinta.
Il pubblico va meglio del privato
L'elemento più rilevante è il divario pubblico-privato. Nella pubblica amministrazione la crescita salariale è stata più sostenuta, grazie agli effetti dei rinnovi contrattuali 2022-2024 ancora in fase di applicazione. Nel settore privato, invece, oltre il 30% dei dipendenti — circa 2,8 milioni di lavoratori su 9,1 milioni coperti da contratti nazionali — lavora con accordi economicamente scaduti.
Non è un dato nuovo, ma il punto è che nei mesi scorsi l'inflazione ha rallentato meno delle aspettative. Le retribuzioni hanno smesso di correre prima che i prezzi si stabilizzassero davvero. Risultato: la forbice si è riaperta, questa volta al contrario.
Cosa guardare da qui
La questione è se questa fase durerà. I prossimi trimestri diranno se si tratta di un rallentamento temporaneo legato alla dinamica contrattuale o di un cambio di regime. Se l'inflazione rimane sopra il 2% e le trattative restano lente, il recupero del potere d'acquisto si allontana. Sul piano macro, il costo del lavoro per dipendente continua a salire (+2,8% nel 2026 secondo le stime), ma questo non si traduce in aumenti netti nelle tasche dei lavoratori.
Per chi segue i consumi interni, è un segnale da tenere d'occhio. Se le famiglie vedono erodere il potere d'acquisto, la spesa rallenta. E in un'economia che cresce poco sopra il 2% nominale, non c'è molto margine per assorbire ulteriori frenate.
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