L'OCSE ha pubblicato le previsioni economiche di giugno. Per l'Italia il quadro non è rassicurante: l'impennata dei prezzi dell'energia, innescata dalle tensioni in Medio Oriente, sta riportando l'inflazione su livelli che annullano gli aumenti salariali faticosamente ottenuti negli ultimi trimestri. In sintesi, i lavoratori italiani stanno tornando indietro.

Il problema non sono i salari nominali

I contratti rinnovati hanno portato incrementi nominali effettivi. Il punto è che l'energia costa di più — gas, elettricità, carburanti — e questo si trasferisce su tutta la catena dei prezzi. Di conseguenza, il potere d'acquisto reale non migliora e anzi rischia di contrarsi nuovamente. L'OCSE è esplicita: i progressi nei salari reali vengono vanificati.

La crescita prevista per il 2026 si ferma allo 0,5%, frenata proprio dall'aumento dei costi energetici che colpisce consumi, investimenti ed esportazioni. L'Italia produce ancora molta energia da combustibili fossili importati e dispone di un tessuto manifatturiero esposto alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime. Quando l'energia sale, l'effetto si diffonde rapidamente.

Investimenti pubblici ai massimi, ma il debito resta elevato

C'è un dato positivo: gli investimenti pubblici sono ai livelli più alti degli ultimi 35 anni, spinti dai fondi del PNRR. L'OCSE ricorda però che il debito pubblico italiano rimane elevato e che occorre proseguire con il risanamento fiscale. Le riforme strutturali, quelle che rendono il sistema più efficiente e meno vulnerabile agli shock esterni, devono essere accelerate.

Sul fronte salariale, la dinamica delle retribuzioni segue sempre con ritardo quella dei prezzi. In questa fase gli indici mostrano ancora moderazione, ma se l'inflazione torna a correre a causa dell'energia, i lavoratori dovranno aspettare mesi — forse anni — prima di recuperare terreno. Nel frattempo, il costo della vita sarà già aumentato.

In pratica: l'economia italiana resta fragile di fronte agli shock energetici. Finché la dipendenza dai combustibili importati rimane alta e la produttività non migliora strutturalmente, ogni rialzo dei prezzi delle materie prime si traduce in un arretramento per chi lavora.

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