Luca di Montezemolo torna a parlare di Europa con un'osservazione che suona come un bilancio degli ultimi dieci anni: «L'Italia e l'Europa più deboli se vince la deindustrializzazione». Parole nette, che arrivano mentre Trump riceve von der Leyen nel suo resort scozzese come si riceve un ospite di passaggio — non un partner.

L'industria italiana che non c'è più

Montezemolo parla di un'Italia che «ha sempre vissuto di industria» e che oggi assiste «nel silenzio più assoluto» alla sparizione di interi comparti. Non c'è più l'automobile, non c'è più l'elettronica, rischia di non esserci più l'acciaio. È una sequenza ben nota a chi segue i mercati: delocalizzazione, chiusura, silenzio. Nessun dibattito pubblico, nessuna alternativa proposta. Solo bilanci che si assottigliano e stabilimenti trasformati in capannoni vuoti.

Il tema non è ideologico, ma numerico. Un paese che smette di produrre beni fisici finisce per dipendere da chi li produce altrove. Quando i mercati si chiudono — per guerra, sanzioni o crisi logistiche — quella dipendenza diventa un problema concreto. L'Europa lo ha scoperto con il gas russo, lo sta riscoprendo con i semiconduttori asiatici, lo scoprirà ancora con tutto ciò che ha deciso di non fare più internamente.

La coincidenza con il clima geopolitico

Le parole di Montezemolo arrivano in un momento particolare. Gli Stati Uniti trattano l'Europa come un'area secondaria, la Cina continua a costruire capacità produttiva mentre noi la smantellamo, e Bruxelles risponde con regolamenti. L'industria europea perde quote di mercato globale anno dopo anno — non per inefficienza, ma per scelte politiche che hanno privilegiato altri obiettivi.

Sul piano dei mercati, ciò significa meno fatturato per le aziende europee, meno posti di lavoro qualificati, meno gettito fiscale. Significa anche minore peso negoziale nella definizione di standard tecnici, accordi commerciali e alleanze strategiche. Un continente che non produce è un continente che compra — e chi compra subisce i prezzi, non li detta.

Cosa resta da salvare

Montezemolo non propone soluzioni miracolose, ma individua il problema: la deindustrializzazione avviene «nel silenzio». Nessuno ne parla, nessuno la considera una priorità. Eppure è probabilmente il tema che definirà la competitività europea nei prossimi vent'anni. Un'economia che vive di servizi, finanza e turismo è un'economia fragile. Quando arriva una crisi vera, sono le fabbriche a tenere in piedi un paese — non i ristoranti né le banche.

Resta da vedere se qualcuno a Bruxelles o nei governi nazionali deciderà di ascoltare. Per ora il trend è chiaro: ogni trimestre che passa, l'Europa produce meno e importa di più. E i mercati, che non fanno sconti sentimentali, continuano a premiare chi costruisce capacità produttiva, non chi la dismette.

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