Il tasso di occupazione sale, i numeri delle assunzioni tengono, il ministro di turno si congratula. Poi guardi sotto e trovi 4 milioni di persone che non lavorano, non cercano lavoro, ma sarebbero disponibili se qualcuno gliele venisse a offrire. Non parliamo di disoccupati ufficiali: quelli sono già nelle statistiche. Parliamo di una riserva sommersa che nessuno conta davvero.
Chi sono gli invisibili
Il Dipartimento per le politiche della famiglia li chiama «forza lavoro potenziale». Tradotto: gente che potrebbe lavorare, che accetterebbe un impiego se glielo offrissero nelle condizioni giuste, ma che nel frattempo risulta inattiva. A questi si aggiungono i lavoratori part-time sottoccupati, quelli che fanno 20 ore perché di più non trovano, non perché lo abbiano scelto.
La composizione non sorprende: donne e giovani sotto i 30 anni rappresentano la quota maggiore. Le prime spesso costrette a scegliere tra famiglia e carriera in un Paese dove gli asili nido costano più di un mutuo. I secondi bloccati tra stage sottopagati e contratti a termine che si rinnovano ogni sei mesi.
Il paradosso della crescita
Il mercato del lavoro italiano cresce, su questo non ci sono dubbi. Gli ultimi dati mostrano un aumento dell'occupazione rispetto all'anno scorso. Ma il problema è che la crescita avviene su binari paralleli: chi è dentro consolida la posizione, chi è fuori resta fuori. Lo slack — la capacità produttiva inutilizzata — non scende. Anzi.
Dal punto di vista economico, questo significa che l'Italia ha margini di crescita potenziale enormi senza bisogno di importare manodopera o fare riforme traumatiche. Basterebbe mettere in condizione di lavorare chi già c'è. Ma finché il sistema resta rigido su orari, welfare e formazione, quella riserva continuerà a restare congelata.
Cosa significa per i mercati
Un mercato del lavoro con 4 milioni di persone ai margini non è un mercato che può spingere i consumi. Non è un mercato che sostiene la crescita del PIL oltre il decimale. E soprattutto non è un mercato che attrae investimenti esteri, perché le aziende cercano flessibilità e produttività, non statistiche truccate.
Sul fronte obbligazionario, significa che l'Italia continuerà a fare i conti con una crescita strutturalmente debole. Il debito pubblico resterà alto in rapporto al PIL non per mancanza di riforme, ma perché il denominatore — la crescita — non parte. Quando il prossimo rallentamento ciclico arriverà, quella riserva inutilizzata peserà ancora di più.
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