Giorgia Meloni ha chiesto alla Commissione europea di applicare al settore energetico la stessa flessibilità di bilancio prevista per la difesa. La risposta è stata negativa. Bruxelles non intende allentare i vincoli del Patto di stabilità oltre quanto già concordato, e la proposta italiana non ha trovato sostegno tra i partner europei.

La richiesta italiana e il muro di Berlino

Il ragionamento della premier è lineare: se gli Stati membri possono sforare i limiti di deficit per investimenti militari, lo stesso dovrebbe valere per la crisi energetica. Il problema è che Germania e paesi nordici hanno bloccato l'idea sul nascere. Per loro il capitolo è chiuso: il Patto è stato riformato, le deroghe restano limitate alla difesa e nessuno ha intenzione di riaprire il negoziato.

Nel frattempo il governo italiano valuta una nuova proroga del taglio delle accise sui carburanti, «più breve delle precedenti» e concentrata sul gasolio. Meloni non esclude interventi nazionali in attesa che l'Europa si muova. Il che significa: l'Europa non si muoverà, quindi Roma agirà da sola con i margini di manovra disponibili.

Cosa significa per i conti pubblici

Ogni mese di taglio delle accise costa circa 800 milioni. Se la proroga sarà breve, l'impatto sul deficit 2025 resta gestibile. Se invece la pressione sui prezzi del gasolio continua, il governo dovrà scegliere tra lasciar salire i costi alla pompa o intaccare ulteriormente i conti. La flessibilità europea avrebbe risolto il problema a monte. Senza quella, resta solo la spending review o l'aumento del deficit.

La partita vera non è sul prezzo del gasolio, ma sul fatto che l'Italia continua a chiedere margini fiscali che nessuno in Europa è disposto a concedere. Ogni volta che la risposta è no, Roma deve trovare le risorse altrove. Questa è la dinamica che conta, non la retorica sul coraggio europeo.

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