Il bilancio dell'Unione Europea rappresenta poco più dell'1% del PIL dell'area. Una cifra esigua se paragonata a quella di qualsiasi Stato nazionale. Eppure quelle risorse contano, perché indicano dove l'Europa vuole andare — o dove non vuole più andare.
Il ridimensionamento delle politiche di coesione nel prossimo ciclo di bilancio è il segnale più chiaro di un cambio di rotta: meno trasferimenti verso le regioni in ritardo, meno investimenti infrastrutturali nelle aree periferiche, più risorse concentrate su competitività e innovazione nei poli già avanzati.
Perché la Germania non può più pagare per tutti
Aumentare i contributi nazionali è diventato politicamente impossibile. La Germania, principale contributore netto, ha partiti anti-europeisti oltre il 30% nei sondaggi. Chiedere a Berlino di versare altri miliardi per finanziare le convergenze regionali significa regalare voti all'AfD. Lo stesso vale per i Paesi Bassi e l'Austria.
Il problema è che nessuno ha lavorato per tempo su fonti alternative di finanziamento. Una tassa sulle transazioni finanziarie, un prelievo sulle emissioni di CO2, una patrimoniale europea: sono tutte ipotesi che circolavano nei corridoi di Bruxelles negli anni Novanta e che sono finite nel cassetto. Si è preferito mantenere il modello dei trasferimenti nazionali, finché non è diventato insostenibile.
Le conseguenze sui divari territoriali
Tagliare i fondi di coesione quando i divari regionali europei non si sono ridotti produce effetti prevedibili. Le aree già indietro — Sud Italia, Europa dell'Est, zone rurali della Spagna — vedranno rallentare ulteriormente la loro capacità di attrarre investimenti privati. Nel frattempo Monaco, Amsterdam e Milano continuano a crescere.
Il tema non è ideologico. Senza infrastrutture, senza servizi pubblici decenti, senza ecosistemi produttivi competitivi, quelle regioni diventano solo serbatoi di manodopera in uscita. E questo alimenta movimenti politici che poi chiedono di uscire dall'Unione.
L'Europa ha costruito un mercato unico senza gli strumenti fiscali per gestirne gli squilibri. Adesso che quegli squilibri sono evidenti, invece di costruire tali strumenti si preferisce lasciare che il mercato faccia il suo corso. Nei prossimi dieci anni scopriremo se questa scelta regge.
Contenuto a scopo informativo e divulgativo. Non costituisce consulenza finanziaria.